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Cosa avete fatto al mio amato calcio?

Scritto da Mariano Paolozzi Il . Inserito in Il Pallonetto

PaolozziNapoliBologna

Domenica al Dall’Ara di Bologna sono successi due fatti gravissimi, ma soprattutto agghiaccianti per insensatezza e bizzarria. Un gruppo più o meno numeroso di ultras bolognesi ha esposto uno striscione razzista contro il Napoli e i napoletani che recitava “sarà un piacere quando il Vesuvio farà il suo dovere”, intonando i soliti cori razzisti contro i tifosi azzurri e, ciliegina sulla torna, hanno fischiato la canzone Caruso del loro Lucio Dalla suonata prima del match dalla dirigenza rossoblù per gettare un ponte di amicizia e gemellaggio fra le due controparti.

Al di là della gravità del fatto, che è anche banale e scontato condannare, credo che la vera riflessione sia un’altra. Un gesto del genere, fatto da un numero comuqnue ridotto rispetto agli abitati di Bologna, dell’emilia e figuriamoci del Nord intero, fa sembrare e induce a compiere l’errore ottico di credere che ogni cittadino italiano, da Roma in su, odi i pripri fratelli meridionali, augurandogli addirittura una brutta morte. E’ un errore ottico identico al ragionamento secondo cui ogni abitante del Sud Italia è camorrista, mafioso e delinquente perché al sud c’è la malavita e così via. Un luogo comune giustifica e produce l’altro.

Ma, mediaticamente, questo è quello che appare. E allora ci è dovuto riflettere su quello che sta accadendo al gioco più bello del mondo e quello che esso comporta. Non bisogna commettere nemmeno l’errore opposta, ovvero quello di giudicare il calcio, in particolare il tifo organizzato, come conduttore di un sentimento già esistente, lo stesso che ha portato la Lega Nord a prendere percentuali così alte alle elezioni, o la retorica tutta nordista contro il sud e quella tutta sudista contro il nord. Il calcio, e il movimento ultras, non sono specchio della società e di quello che già accade, ma al contrario producono un sentimento che è si già esistente, in un clima che è già esasperato da assurdi e incredibili fenomeni razziali e populisti, ma rafforza,ingigantisce, crea e ricrea uno dei mali che sta avvolgendo il nostro paese, conducendolo pian piano alla rovina.

Il calcio, da distrattore, sta diventando il doping del rancore, del risentimento, della rabbia, del malcontento generico e banalizzato che se non ha già ucciso sta uccidendo l’italia a tutti i suoi livelli, nessuno esculuso. Guardando vecchi e nuovi documentari, ascoltando testimonianze di amici più grandi, è da escludere che il calcio sia stato sempre così. E’ vero che è la società tutta ad essersi incattivita e involgarita, portando con se anche il calcio ed il tifo, ma è anche vero che dialetticamente un prodotto della società è allo stesso tempo produttore della società. Il fenomeno non si ferma e circoscrive ai soli tifosi, ma anche al giornalismo sportivo, pronto ad esasperare qualsiasi vicenda pur di vendere una copia del giornale in più, e anche al calcio giocato, che sempre più spesso vede in scena battaglie, dichiarazioni e atteggiamenti che non contribuiscono a rasserenare gli aniami. E non mi rivolgo ad atteggiamenti violenti o scorreti, che a volte sono anche l’anima e il linguaggio del calcio e dello sport in generale, ma ad un gioco che diventa sempre più professionismo, yuppismo sportivo, machismo e squallida demagogia e retorica che vanno oltre la competizione.

Ma mi voglio spingere ancora oltre, osare un po’ di più. E allora, mi pongo altre domande: cosa spinge un tedesco ad odiare un italiano anziché un francese perche la nazioanle ha preso tre pappine? Cosa spinge due ragazzi della stessa città, caso mai dello stesso palazzo, ad odiarsi solo perché indossano magliette diverse?Addirittura due curve diverse dello stesso squadra a scontrarsi?

Non voglio fare il moralista, il Saviano del calcio, negando odi e gioie sportive. Anzi. Mi rifaccio a Pasolini, che dice che il calcio è l’ultima rappresentazione sacra del nostro tempo, è rito nel profondo. Ma, se da qui bisogna arrivare a sentimenti razziali e rancorosi, se una palla che rotola deve tramutarsi in unica ragione di felicità o insoddisfazione e frustrazione, qualcosa va cambiato e ripensato.

Bisogna far si che il calcio torni ad essere un bella cosa, come il detto napoletano “o pallone è a chiù bella cosa per chi fatica e nun s’arreposa” e smetta di essere ideologia. E la battaglia, concludo, è culturale e politica prima che sportiva.