fbpx

La meritocrazia è sempre positiva?

Scritto da Vitaliano Corbi Il . Inserito in Linea di Confine

meritocrazia 960x480

La parola “meritocrazia”, oggi positiva, viene tematizzata per la prima volta da Michael Young nel 1958 con un libro dal titolo “L’avvento della meritocrazia”.

Si tratta di un libro distopico su una società totalitaria retta dalla sola meritocrazia.

Qui, la meritocrazia svuota ogni pulsione intrinseca, danneggia la curiosità e colpisce la passione, demotivando.

In effetti, con la meritocrazia, sono le motivazioni estrinseche che prevalgono sempre. Per Young, la meritocrazia è, dunque, un sistema di riproduzione di sé stessi.

Coloro che sono definiti “i migliori”, in base a certi criteri, sono coloro che dovranno definire, a loro volta, “i migliori”. Il risultato è che la classe dirigente finisce per essere sempre la stessa.

Ma i problemi della meritocrazia si fanno ancora più evidenti nell’ambito della conoscenza. La ricerca scientifica, per antonomasia, esplora l’ignoto. Dunque, non la si può giudicare attraverso parametri già noti, per i quali sembrerà una devianza.

La meritocrazia, in questo senso, è controproducente per la ricerca, o quantomeno, la tinge di conformismo.

Questo perché, la ricerca destruttura e ristruttura continuamente i suoi paradigmi, mentre, all’opposto, la meritocrazia inibisce tale lavoro, essendo di per sé conservativa. Una linea di studio che non è giudicata dai parametri “normale” viene immediatamente scoraggiata.

Forse, la meritocrazia coincide con l’esplosione dello strapotere dell’individualismo contemporaneo, in morte alla dimensione collettiva. Ma attenzione, perché i suoi effetti più negativi sono sempre più tangibili: in primis, il senso di colpa e l’insoddisfazione.