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La Grande Bellezza trionfa agli Oscar 2014: una vittoria dolce e amara

Scritto da Francesco Verdosci Il . Inserito in Cinema & TV

Verdosci - Grande Bellezza

Napoli, Roma e gli italiani salgono sul tetto del mondo con La Grande Bellezza. Premiata con l’oscar come miglior film straniero, la pellicola del napoletano Paolo Sorrentino, interpretata dal napoletanissimo Toni Servillo, dopo 15 anni riporta l’Oscar in Italia.

Nella notte Losangelina più stellata dell’anno, il regista partenopeo sale sul palco insieme al suo produttore ed al protagonista di sempre (Toni Servillo è un po’ l’attore feticcio di Sorrentino, dato che ha interpretato le pellicole di maggior successo del regista, a partire da quel piccolo capolavoro che è L’Uomo in Più del 2001 fino ad oggi) e si lancia in un napoletanissimo ringraziamento alla famiglia, alla sua città, all’arte cinematografica di Fellini e Scorsese che lo hanno ispirato ed all’idolo calcistico di ogni napoletano che si rispetti, ovvero Diego Armando Maradona. Per una notte (e non capitava dal lontano 1994 con l’agrodolce serata di Massimo Troisi e del suo capolavoro postumo Il Postino) Napoli è finalmente in alto, nell’olimpo delle stars. Ma è vera gloria? Possiamo gioire a pieno di questa esaltante vittoria della Napoli della Cultura? La verità sta nel mezzo, come sempre.

C’è da gioire che un napoletano D.O.C. come Paolo Sorrentino sia stato osannato da critica e pubblico d’oltreoceano, e premiato con l’ambita statuetta per un’opera tutta italiana. Tuttavia, fa riflettere il tipo di pellicola con cui ha vinto. Ciò che fa pensare è il trionfo della trama scelta dal regista ed autore partenopeo: raccontare il vuoto, il nulla, l’apparenza in cui vive la nostra penisola. Sorrentino descrive, col danzare della macchina da presa, la vacuità e la superficialità di un’Italia borghese, cafona, caciarona, grottesca, popolata da individui dall’aspetto strano “che persero lo senso e l’intelletto” per cercare e vivere l’apparenza più che la sostanza delle cose. Sorrentino ambienta il film in una Roma molto Felliniana (lo ha dichiarato anche alla premiazione che la sua fonte di ispirazione era Fellini, quindi già parte da un’idea non così originale), fatta di maschere deliranti, ricoperte di botox per ingannare la vita e la morte, che vagano di festa in festa, di squallore in squallore, in uno sfondo da bunga-bunga romano quanto mai onirico, immaginifico, ed il protagonista, lo scrittore Jep Gambardella (Toni Servillo “antipaticamente” straordinario) si destreggia passeggiando in una Roma dalla luce incantevolmente spettrale, terrificante ma romanticamente disarmante. Per l’appunto, una città simbolo dell’italiana Grande Bellezza.

Insomma, raccontare ciò che di marcio c’è in Italia e negli italiani è un topos già battuto in precedenza dai grandi registi neorealisti quali Vittorio De Sica, Elio Petri, Roberto Rossellini o dal mitologico Fellini. Gente che di Oscar ne ha vinti e stravinti con queste storie, che agli americani piacciono da morire. I Vitelloni, La Dolce Vita, 8 e mezzo, La Strada, Ladri di Biciclette, Sciuscià, Ieri, Oggi, Domani, Divorzio all’Italiana, sono film che hanno tutti in comune il descrivere l’Italia e gli italiani al loro peggio. Sono capolavori assoluti che hanno fotografato e messo a nudo momenti storici della nostra vita, e ci hanno indicato la via per non ripetere certi errori. Poi, dopo questi sono venuti i film italiani che risaltavano la guerra persa dagli italiani, il cinema americano e la sua bellezza, l’olocausto o il tipo di film kolossal come L’Ultimo Imperatore di Bertolucci, come La Vita e Bella di Benigni (che vinse ben tre Oscar nel 1999), Mediterraneo di Salvatores o Nuovo Cinema Paradiso di Tornatore. Tutti temi cari all’Academy di Hollywood, compresi ed amati dagli americani, spettatori o giurati del Festival cinematografico più importante del mondo.

Ecco perché ha vinto Sorrentino. Ecco perché trionfa con La Grande Bellezza. Ecco perché non hanno vinto o non sono stati candidati dei capolavori quali La Tregua di Francesco Rosi, Baaria o La Leggenda del Pianista sull’Oceano di Tornatore oppure il “primo” Paolo Sorrentino di film più complessi, ma più affascinanti, come Le Conseguenze dell’Amore, Il Divo o L’Uomo in Più. Basta raccontare ciò che agli americani piace vedere di noi, del nostro paese. Basta filmare ciò che gli americani immaginano quando ci osservano da lontano e quando mettono piede in Italia. Basta girare per Roma, farne vedere le indubbie bellezze che il mondo e lo spettatore americano medio ci invidia ed abitarne le strade di politici ladri, intellettuali cialtroni, cafoni arricchiti, scrittori mediocri ma che tentano di redimersi in qualche modo. Basta raccontare la nostra voglia di sesso, droga e superficialità che ci contraddistingue e ti becchi la statuetta. Basta girare un film sull’Olocausto e raccontare in modo errato che i campi di concentramento in Polonia sono stati liberati dagli Americani, che sono sempre i Buoni, anche se in Polonia non ci hanno mai messo piede. Perché i Russi sono sempre stati i cattivi da James Bond in poi e non possono liberare gli ebrei perché non fa Happy Ending americano.

Ecco la ricetta della vittoria dell’oscar. Una ricetta dolce e amara. Un trionfo di un italiano che racconta del declino sempre più inarrestabile dell’italianità più becera, dell’italianità vergognosamente superficiale ma che agli americani caspita se piace. Perché per loro noi siamo 8 e Mezzo, noi siamo Ladri di Bicilette, Vitelloni e La Dolce Vita, noi siamo e sciupiamo la nostra Grande Bellezza!

Meditate, gente, meditate che questo, nella notte delle stelle, è stato!