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Tetradramma: itinerario grottesco di un’anima in 4/4

Scritto da Giorgio Gravier Il . Inserito in Teatro

2014.03.19 - Tetradramma

Dal profondo legame di una famiglia con il teatro è nato nel cuore di Napoli da qualche anno un progetto che si sta rapidamente imponendo nel panorama della scena teatrale off partenopea e nazionale. Il progetto in questione risponde al nome di Artefia, e nasce dalla volontà di Vincenzo Maria Saggese (attore, regista e formatore teatrale) e sua moglie Gioia Spaziani (nota attrice televisiva e cinematografica oltreché teatrale) di creare uno spazio in cui poter far emergere e mettere in comunicazione soggetti e interlocutori del mondo dello spettacolo e della formazione.

La filosofia alla base di quest’iniziativa vede nell’ attraversamento di un viaggio formativo la strada attraverso cui giungere alla creazione di nuovi prodotti culturali ed artistici. In questa direzione si muove dunque la loro collaborazione con festival filosofici come quello della Magna Grecia, e il loro impegno verso associazioni che rappresentano il nostro panorama artistico come il Complesso monumentale dei Girolamini, con cui organizzano visite teatralizzate, cortometraggi e film, volti proprio a valorizzare lo stesso monumento nazionale.

 Nel week end appena trascorso, che ha visto la celebrazione del giorno della donna, non poteva certo mancare un loro personalissimo intervento che ha assunto la forma di una rappresentazione teatrale di un testo di Barbara Florenzano, Tetradramma: itinerario grottesco di un’anima in 4/4, che vede al centro dello spettacolo il viaggio psicologico e filosofico di un anima femminile.

Su di un palco semi vuoto, in cui sul fondo giganteggia  uno schermo spezzato su cui al cominciare dello spettacolo vengono proiettate una serie d’immagini montate in rapida sequenza raffiguranti pezzi di realtà quotidiana, entra in scena la nostra protagonista. Il volto profondamente alterato da un trucco pesante che da subito trasmette allo spettatore la sensazione di trovarsi di fronte ad una maschera allegorica piuttosto che ad un individuo reale. Sensazione che viene acuita pochi istanti dopo, nel momento in cui l’attrice, una superba gioia Spaziani, cancella le sue forme di donna ed essere umano, per entrare nell’unica altra parte della scenografia, che altro non è che un enorme abito fissato al centro del palco, al cui interno questa grottesca figura si prepara a vivere una lotta con se stessa e con il proprio io.

Metafora di un estetica distorta che imprigiona ogni singolo essere umano, queste vesti, grazie alla sapiente regia di Vincenzo Maria Saggese, assumono le forme più disparate, senza però mai concedere una reale libertà alla loro indossatrice. Crisalide imprigionata nel bozzolo delle apparenze umane quest’anima è costretta a rapportarsi ad un proprio Daimon che ha i tratti di quella che nella vita reale è la sua stessa figlia, una, a dir poco sorprendente, giovanissima Sofia Saggese. Le due figure femminili ridando nuova voce a testi classici come il Simposio platoniano, poesie dannunziane, nerudiane e cummingsiane, si confrontano per tutta la durata dello spettacolo di fronte a noi spettatori costretti a vedere alle spalle di questa lotta per la scoperta di se stessi i nostri stessi volti che si riflettono in quello specchio spezzato che ci rende parte della scena in qualità di immagini rotte e distorte che raffigurano un mondo in cui l’incontro con sé stessi non è forse più possibile.

Separate da quello stesso abisso che nel quotidiano divide ognuno di noi dalla propria coscienza, l’incontro tra la protagonista e la sua voce interiore diviene finalmente possibile solo nel finale, quando la Spaziani dopo aver finalmente detto addio a questo mondo surreale in cui è  costretta ad esistere più che a vivere, decide finalmente di abbandonare questo spazio con l’unico gesto possibile: il suicidio. A questo punto il regista con una scena dal valore fortemente icastico consente alle due parti di questa psiche di ricongiungersi e di sparire oltre quel triste schermo che è la vita. L’ombra di due figure che si tengono per mano e si allontanano da noi, finalmente unite, è l’ultima scena con cui veniamo salutati.

La pièce, così messa in scena, è un manifesto di questo progetto che riesce ad unire in maniera magistrale letteratura e riflessione filosofica sotto l’insegna dello spettacolo. E forse spiega anche perché alcuni dei più giovani talenti teatrali del panorama napoletano stiano nascendo proprio da questa nuova fucina culturale che è diventata l’associazione Artefia.