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Raffaele Cantone all’Anticorruzione: carta bianca

Scritto da Mauro Malafronte Il . Inserito in Il Palazzo

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Dategli carta bianca, mi verrebbe da dire: Raffaele Cantone è il nuovo Presidente dell’Autorità anticorruzione, con il voto all’unanimità della Commissione Affari Costituzionali del Senato. Ventiquattro voti favorevoli su ventiquattro. "Tutti i partiti, maggioranza e opposizione, hanno espresso voto unanime per il giudice Cantone all'Anticorruzione.

Bene così". Ed eccolo qua, l’immancabile cinguettio di Matteo Renzi. Un volpone, dato “l’aborto di governo” al ministero della Giustizia con la nomina di Orlando, dopo le voci circolate sulla possibile scelta di Nicola Gratteri. È uomo accorto, Raffaele Cantone. L’accettazione di un ruolo “tecnico” testimonia un acume che altri suoi colleghi non hanno dimostrato negli anni scorsi, finendo per essere parodie di se stessi, in preda ai più disparati deliri pre e post elettorali. Averlo lì, oggi, è una vittoria,non ci sono dubbi. È certamente il segno che si tenterà di andare in una direzione precisa, dove compromissioni e zone grigie non sono più ammesse. Ha rinunciato negli anni a tutte le possibili candidature che un Pd, tradizionalmente a “fantasia limitata”, gli aveva proposto: Comune, Regione, Parlamento.
Ho esultato, come tutti. Ma chi scrive ha un compito anche diverso, più complesso, che obbliga a collegare fatti lontani, a ritrovare anelli di congiunzione tra passato e presente. C’è un precedente che deve essere raccontato, perché riguarda Giovanni Falcone. La complessità di quegli anni non può essere racchiusa in poche righe,ma è necessario ritessere le fila di quella storia per capire cosa, oggi, possa significare la scelta di Raffaele Cantone. Nel febbraio del 1991, Giovanni Falcone accettò l’incarico offertogli da Claudio Martelli, Ministro della Giustizia del sesto governo Andreotti. Il ruolo era tecnico, Direttore Generale degli affari penali, ed in molti osteggiarono la scelta del giudice palermitano. Anche i suoi più stretti collaboratori si dissero convinti che tutto ciò fosse un modo per renderlo inoffensivo, forse perché ancora legati alla logica secondo cui bisognava restare in Sicilia per far fronte alla mafia. Falcone dimostrò il contrario, partendo da un postulato incontrovertibile: la lotta alla mafia si fa in Sicilia, ma si vince a Roma. Accettare l’incarico al ministero significò non più incidere sull’azione del singolo ufficio, sulla singola Procura, ma sull’intera macchina dello Stato. Aveva ragione lui. È da Roma che riuscì di fatto a neutralizzare il giudice Corrado Carnevale, “l’ammazza sentenze”, facendo in modo che la sentenza del maxiprocesso divenisse definitiva in Cassazione. È da Roma che si iniziò soprattutto a lavorare alla Superprocura antimafia, quella che dopo la sua morte si sarebbe incarnata nell’attuale DIA.
A Ventitré anni di distanza da Giovanni Falcone, Raffaele Cantone, dopo il lavoro alla DDA e al Massimario della Corte di Cassazione, ha imboccato una strada diversa, terribilmente più complessa ed affascinante: incidere sulla macchina dello Stato. Una macchina ingolfata, con un motore rappezzato alla bene e meglio da un gruppo di meccanici tutt’altro che abili. In molti, persino troppi, in queste settimane, hanno sposato la sua causa. Tutti alfieri dei valori della legalità: mai quest’ultima è stata tanto mal rappresentata. L’Italia resta l’Italia, ora e sempre. Indro Montanelli scriveva che “noi italiani siamo riusciti a corrompere anche corruzione e a stabilire con essa il rapporto di pacifica convivenza che alcuni popoli africani hanno stabilito con la sifilide, divenuta nel loro sangue un’afflizioncella di ordine genetico senza più gravi controindicazioni.” Abbiamo sdoganato la corruzione fino a renderla il valore fondante del nostro tessuto economico, vera ed assoluta regina della logica, tutta italiana, del “do ut des.”

Eppure c’è una inconsapevolezza diffusa, una sottovalutazione patologica circa la mostruosità del cancro che ci assale: 60 miliardi di euro all’anno, questa è la cifra in grado di raccontarci il peso del malaffare nel nostro sistema economico. Circa quattro finanziare, quindici volte la tanto vituperata Imu. Colpire la corruzione, nel nostro Paese, non significa soltanto assicurare alla giustizia coloro che si macchiano di un reato, quanto piuttosto imporre un modello alternativo di rapporti economici, politici,lavorativi e persino personali. È su questo che sono e resto perplesso, quasi inorridito all’idea che l’etica pubblica si possa istituire per legge. Non ha mai funzionato e non funzionerà nemmeno questa volta, purtroppo. Certamente Cantone ha chiesto, per accettare l’incarico, massima indipendenza e garanzie di operatività: nei prossimi mesi potremo renderci conto se tutto ciò lo metterà davvero nelle condizioni di cambiare le cose. Cantone non dovrà essere la foglia di fico piazzata per nascondere le immense vergogne di un paese di un Paese che, toccato il fondo, piuttosto che rialzarsi, ha preferito scavare per arrivare ancora più in basso. Gli diano carta bianca, gli lascino la possibilità di lavorare senza ostacoli, senza pregiudizi,senza trappole, senza calunnie, senza attacchi faziosi, senza ipocrisie di partito. Mai come in questo momento abbiamo bisogno di uomini come lui.