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Di teatro e di scrittura, di talento e di fatica, di lingua e di dialetto: intervista a Cristian Izzo

Scritto da Mauro Malafronte Il . Inserito in Port'Alba

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Cristian Izzo, il giovane autore ed attore stabiese, ritornerà nella sua Castellammare dal 9 maggio con il suo ultimo spettacolo, “Sala Operatoria.” L’idea di questa intervista è nata dall’unica considerazione che sento di poter fare dopo averlo visto all’opera, sul palcoscenico: “Quando ti imbatti in un talento, prova a raccontarlo.”

 

1) Vorrei partire dalla scrittura, dal tuo modo di “raccontare.” Scrivere costringe a non essere indifferente nonostante tutto, nonostante il contesto; scrivere obbliga a vedere da un’altra prospettiva quello che ti circonda. Dove “nasce” il tuo scrivere?
Scrivere obbliga le persone a guardare, ad osservare qualcosa, qualsiasi cosa. L'oggetto dell'osservazione è già sceneggiatura, è già personaggio e narratore del suo personaggio, ha già una sua regia e una sua drammaturgia, che viene però filtrata da chi lo osserva: "in una cosa ci sono molte cose", diceva Brecht... Figuriamoci in una persona! Da qui nasce, per me, la necessità di scrivere: una spasmodica attenzione nell'osservare e nell'ascoltare.. E quando parlo di ascoltare, non mi riferisco alle "parole", ma ai suoni. Tutto risiede nel suono: la rabbia, l'invidia, la stima, la dolcezza, il tradimento; ecco perché cerco di scrivere spettacoli sempre con una certa musicalità, che abbiano cioè dei suoni sinceri e che non siano "stonati.” Parafrasando Salvatore Torregrossa, musicista che stimo molto e mio amico fraterno , cerco di fare spettacoli "ca sonano." Scrivere per osservare ed osservarsi, per ascoltare ed ascoltarsi, per imparare ad "accordarsi" come uno strumento , per poter riconoscere e mettere in luce, in palcoscenico, tutti gli errori di spartito o di esecuzione in questa epoca rumorosa e stonata.

2) La teatralità della lingua napoletana è certamente centrale nei tuoi testi. Il “penso in napoletano, sogno in napoletano”, ribadito più volte da Massimo Troisi, in qualche modo puoi sentirlo come un qualcosa che ti appartiene?
Mi sento quasi profano ad appropriarmi di una espressione tanto cara sia a Troisi che ad un altro artista di cui vado matto, cioè Enzo Avitabile. Devo però ammettere che è effettivamente così: difficile che io pensi qualcosa in italiano, più facile che debba tradurre, in alcune situazioni, in italiano il mio pensiero. "L'italiano dint''a casa mia nun ha da trasì. È ‘ na lingua barbara e senza Dio!", scriveva Annibale Ruccello nel suo "Ferdinando". Oggi quella battuta sembra aver cambiato il suo significato, sembra quasi volersi rivolgere a tutte le tendenze esterofile che bocciano, a prescindere, il napoletano o la sua cadenza. E così, non si sa di preciso perché, ma tutti i personaggi e tutti gli attori sembra debbano essere nati a Roma: l'accento romano o la cadenza laziale è non solo concessa, ma è quasi una marcia in più. Il resto d'Italia, invece, si danna su una dizione asettica, che finisce per rendere piatta e leziosa la recitazione. Tutto ruota intorno a Roma? Non è forse anche questa una forma di provincialismo?

3) “Sala Operatoria”, il tuo ultimo spettacolo, tratta di malasanità: il tuo personaggio deve subire una operazione in ospedale e, nell’attesa, si imbatte in Emilio, “residente” nell’anticamera della sala operatoria. Puoi offrirci una “interpretazione autentica” della storia che portate in scena?
Ovviamente, intitolando uno spettacolo "Sala operatoria" ed ambientandolo in un ospedale, è inevitabile e giusto che la prima lettura che viene data, sia quella di un attacco alla malasanità. Ma la malasanità è solo il pretesto, attuale sicuramente, per raccontare di una vita, quella nostra di oggigiorno, in cui si rincorre sempre qualcosa, restando però in attesa, senza mai muoversi davvero: una vita che ci intrappola, ci lega alla "svolta", senza cercarla mai. La " sala operatoria" si trasforma da luogo geografico a periodo temporale della vita dell'italiano di questi anni; diventa emblema di una tendenza tutta italiana: quella del lasciarsi vivere, del guardare al proprio piatto e del disinteressarsi della tavola altrui, su cui magari nemmeno il piatto è rimasto. In "questa" sala operatoria tutto diventa precario, anche le certezze più banali: diventa precaria la nostra vita, diventiamo precari noi, fantasmi in continuo passaggio senza lasciare traccia, traghettati e trainati verso un destino che non è già scritto. Lo stanno scrivendo gli altri, per noi, col nostro consenso tacito.

4) Paura, riso, vigliaccheria e dramma si mescolano fino a confondersi, grazie anche alla grande interpretazione di Massimo Masiello…
Ti ringrazio per averlo sottolineato, ci tengo davvero molto a dirlo: Massimo Masiello è un modello, per chiunque voglia fare teatro. È la prima volta che mi capita di poter dirigere e poter affidare un mio testo ad un attore così esperto e talentuoso... Si è dato in tutto e per tutto al progetto, benché avesse altri tre debutti in quel periodo, e non ha risparmiato un brandello d'energia. Ha studiato il copione di un autore vent'anni più giovane di lu, come se fosse Shakespeare o De Filippo... e i risultati si sono visti. Un gigante, dall'incredibile umiltà, non smetterò mai di ringraziarlo!

5) Ne “Il Paese degli eroi”, scritto ed interpretato con un bravissimo Antonio Atte, parli di giovani in tempo di crisi, ma in modo irriverente. C’è quasi voglia di crisi, sostieni verso la fine dello spettacolo. Semplice chiusa comica di una commedia brillante o c’è qualcosa di più?
É l'analisi, ricollegandomi a quello che ho detto prima, di un'osservazione. Un'osservazione veramente triste, legata allo stesso concetto di "Sala operatoria":meglio lamentarsi della crisi che battagliare nel proprio privato prima e pubblicamente poi . Non si vuole “pagare” la fatica di crescere..." E il bello del lavoro sta nell'averlo, non nello svolgerlo... Perché se lo svolgi, diventa lavoro!"

6) La “Compagnia del futuro” è una fucina di giovani attori talentuosi, eppure credo che le difficoltà incontrate non siano poche in un ambiente complesso come quello del teatro: “talento” è forse la parola più difficile da declinare in un Paese come il nostro, troppo spesso incapace di promuoverlo..
Forse talento è una parola così importante, che non va declinata. Il talento, è da sempre osteggiato nella storia dell'umanità: è per questo che viene fuori, emerge. Il talento è brigante, è guerrigliero. Appoggiare un uomo di talento è rischioso, per un paese che è saldamente nelle mani di chi non ha talento. Chiunque ha talento, oggi, secondo diverse scale di valore... Eppure, veder giocare Maradona o Garics, non è la stessa cosa.. Non me ne voglia Garics!

7) Dopo il successo al Theatre de Poche, a Napoli, “Sala Operatoria” andrà in scena al Cinema Montil Multisala di Castellammare di Stabia, dal nove all’undici maggio. Prossime tappe?
Di sicuro saremo ad Agosto, il 21, a Casarlano ( Sorrento), nella meravigliosa rassegna "Aperti per ferie". Poi a San Potito Sannitico, provincia di Caserta, sempre in estate. Speriamo anche di riuscire a portarlo a Roma nella prestigiosa rassegna de "La casa dei teatri e della drammaturgia contemporanea.”Lo si sta proponendo per il prossimo anno, in cartellone, a vari teatri e sembra che qualcosa si stia muovendo. Speriamo bene.