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‘O ninno si pente: lo Stato è pronto?

Scritto da Mauro Malafronte Il . Inserito in Il Palazzo

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Antonio Iovine si pente, collabora con la giustizia: dopo l’arresto nel 2010, seguito a quattordici anni di latitanza, passa dalla parte dello Stato. I quattro anni di detenzione presso il carcere di Badu ‘e Carros, in provincia di Nuoro, al regime di 41 bis, sono bastati.

Inutile impelagarci in sofisticate masturbazioni celebrali sulla motivazione che ha spinto Iovine a pentirsi, rischieremmo di girare intorno alla verità per ore senza venirne a capo, dispersi nel mare di opportunità che la legislazione antimafia offre a chi collabora con la giustizia. Certamente siamo di fronte ad un uomo diverso, profondamente lontano da un altro pentito eccellente del clan dei casalesi, come Carmine Schiavone: profili diversi, età lontane, tensioni emotive che spingono su rive opposte. Non braccio armato, non killer di camorra, quanto piuttosto imprenditore “illuminato”, espressione più lampante del profilo criminale delle nostre mafie. Antonio Iovine è l’uomo dei contatti politici, l’anello di congiunzione tra l’ala militare e la zona grigia, il cervello borghese di un braccio armato: ha investito ovunque, per decenni. La potenza economica della camorra casertana porta il suo nome dalla metà degli anni ’90 fino all’arresto, perché ‘o ninno investe, vede profitti e cerca nuove fette di mercato utili al riciclo del denaro sporco, coglie le occasioni che il circuito economico legale offre a chi dispone di immensa liquidità, intuisce la necessità di foraggiare gli uomini chiave nei palazzi della politica e delle istituzioni, “oliando” la macchina quando occorre. Fa persino entrare la droga nel business di un clan che aveva sempre rifiutato di trattare gli stupefacenti direttamente, perché “non ci sono regole se non quelle dettate dalle richieste del mercato”, e se quest’ultimo ci chiede droga, bisogna esserci.
È la storia di sempre, monocorde e monocolore, che si riaffaccia con tutta la violenza del caso, perché è già calato il silenzio: si è votato ed è quello che conta. La più grande dote del nostro Paese è certamente la capacità di respirare sott’acqua, quando i polmoni sono completamente sotto pressione e la cassa toracica vorrebbe esplodere dalla fatica. ‘O ninno parla, tutti zitti: a distanza di pochi giorni è già tutto spento, tutti hanno dimenticato, tutti si preoccupano d’altro. Non credo sia realistico sostenere che tutto ciò abbia dei corrispettivi lontanamente paragonabili in giro per il mondo, perché l’assoluta consapevolezza di non avere memoria si è spinta fino al punto di non ritorno, fino al compiacimento con se stessa. Napoli decide di non raccontarsi, di non viversi. Lo Stato non ha vinto, anzi ci si illude se si pensa che Iovine sia la risposta alle nostre domande, perché di certo, da uomo accorto ed intelligente, dirà quello che potrà dire, non una parola di più. Parlerà dei soldi e la collaborazione vivrà di un sottile equilibrio che rischierà di incrinarsi ogni qual volta si proverà ad andare oltre. Si parlerà di politica,forse, ma solo in parte, solo nella misura in cui l’attività giudiziaria sia già giunta a delle verità definitive, come nel caso di Nicola Cosentino. I giornali, di tanto in tanto, proveranno a sbugiardare il pentito, ad accusare il pm Ardituro di programmi eversivi filo sovietici, alzando improvvisamente l’asticella del dibattito per poi prontamente virare verso lidi più sereni, tipicamente nostrani. Non si parlerà del merito, non ci si chiederà a cosa è ridotta l’attività economica della nostra terra senza il profilo criminale di imprenditori come Antonio Iovine. Vivremo ancora ad un metro da terra, lontani dalla verità più semplice che la storia dell’uomo abbia mai voluto mostrarci, ma siamo così, lo abbiamo deciso da tempo: senza memoria, senza voglia di raccontarci.
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