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Le due Napoli e la morte di Ciro

Scritto da Andrea Pomella Il . Inserito in Il Pallonetto

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Troppe cose sono state dette e scritte dopo la morte di Ciro Esposito, un polverone di notizie e commenti che poco ha aggiunto al modo con cui Napoli è solita autorappresentarsi.

Se da una parte la stampa nazionale non è riuscita a fare di meglio che a ricorrere al solito armamentario di stereotipi e luoghi comuni, chi si premura di dire la sua circa le vicende cittadine, non è riuscito ad affrancarsi dall’immagine delle “due Napoli”, che prontamente viene riesumata quando si tratta di parlare di Napoli. Mi riferisco proprio a quell’immagine retorica, i “due popoli”, appunto, che dai tempi di Vincenzo Cuoco, riappare nelle rappresentazioni della città e finisce per condizionare il modo con cui Napoli parla di se stessa. Questa contrapposizione ha avuto nei funerali di Ciro la sua rappresentazione icastica. La Napoli popolare ancora una volta ha posto a quella borghese il problema che per lei rappresenta, e ancora una volta la risposta è stata quella di sempre: si trattava di raccontare  una Napoli “ sguaiata e generosa”, un po’ naif , ma che tutto sommato rappresentava il volto più vero della città, che purtroppo bisogna tollerare e gestire. Niente di nuovo sotto il sole di Napoli, che si è ancora resa incapace di vedere se stessa come comunità, come insieme di relazioni e rapporti, insomma come una città in senso moderno. Anche in questo caso, si è scelto di edificare un muro che dividesse la Napoli di Genny la carogna e quella dei salotti, in un gioco di rappresentazioni che preferisce imbrigliare la complessità della realtà cittadina in un immaginario di cui non riesce a liberarsi. La famiglia di Ciro è riuscita a mandare in cortocircuito questa rappresentazione, la sua compostezza e il suo senso civico, erano l’esatto contrario dell’immagine con cui viene rappresentata una parte della città, ma ciò non ha impedito di mettere la famiglia Esposito in una sorta di bolla mediatica, in una rassicurante dimensione in cui a loop venivano ripetute le solite frasi di circostanza,  guardandosi bene dal  riflettere su cosa realmente la denuncia della famiglia Esposito voleva dirci. Non è un caso che Enzo, lo zio di Ciro, su un frequentato blog cittadino, abbia chiaramente denunciato – come a dimostrare che ogni retorica produce un effetto di realtà - l’esistenza di due Napoli, di una che ha mostrato la sua vicinanza e il suo calore, e un’altra che si è tenuta a distanza e ha preferito relegare la vicenda della morte di Ciro a uno dei tanti eventi criminali che avvengono ai margini del mondo del calcio.  A riguardo non possiamo non registrare come il sindaco de Magistris abbia rappresentato l’unica voce della politica che abbia provato a dare una risposta al sentimento di chi ha vissuto la morte di Ciro come l’ennesima ferita alla città, ferita maturata in un clima di pregiudizio se non di aperta ostilità nei suoi confronti.  Il disagio e la disgregazione sociale che affliggono la città non possono essere compresi con la solita coppia concettuale che vede opposti vittimisti e indignati, neoborbonici e modernizzatori e chi detiene il monopolio della morale a chi difende la Napoli plebea e le sue manifestazioni.  La realtà è che con la morte di Ciro si è palesato quello che segna una profonda discontinuità con il passato, Napoli impercettibilmente sta cambiando – una grande città non cessa mai di cambiare, produce comunque un flusso di energie e aspirazioni -, e sta facendo i conti con questa lunga transizione, economica e sociale. In qualche modo la città sta lottando per non essere sopraffatta dal suo lento declino. Proprio perché è in atto una mutazione nel corpo della città, sarebbe il caso di trovare nuove soluzioni e di inventarsi nuove categorie con cui rappresentare la città e le sue aspirazioni. La città ha avuto uno spontaneo moto d’orgoglio e l’ha fatto con quelli che sono i suoi strumenti, codici e linguaggi, ma nessuno ha fatto lo sforzo intellettuale di provare a codificarli e spiegarli al resto della città.  Si è preferito ricorrere alla retorica dei “due popoli”, con la quale si legittimano rendite di posizione di intellettuali e di quello straccio di classe dirigente che governa la nostra città.  Con una certa amara ironia dobbiamo registrare che l’unico collante per la società cittadina è stato la passione calcistica e se un velo di dibattito si è alzato, è proprio perché c’era in ballo il calcio e la maglia azzurra, unico simulacro identitario che ci è rimasto.  La vicenda della famiglia Esposito non è l’eccezione da dare in pasto ai media, ma la normalità di una periferia che prova a far sentire la sua voce.   Ma al momento ciò che ci rimane di questa vicenda è la stanchezza con cui abbiamo ascoltato la solita retorica e l’incapacità di cogliere quei segnali che Scampia ha lanciato. Del resto ancora una volta si tratta di misurare la distanza fra le aspirazioni, i desideri e le giuste rivendicazioni e il chiacchiericcio di chi specula su un’immagine oleografica della città, che mai come nella vicenda della morte di Ciro Esposito è lontana dalla realtà.