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No al parto in casa,per combattere l’abusivismo del cesareo meglio guide ambulatoriali al parto naturale

Scritto da Alessandra Mugnolo Il . Inserito in Il Palazzo

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A completamento dell’articolo pubblicato la settimana scorsa (Legge 194; Caldoro faccia presto) continuo ad analizzare il decreto Zingaretti, che sebbene sia un contrappeso molto significativo all’inapplicabilità della 194, nasconde nel sussidio forfettario di 800 euro per le gestanti che portano a compimento la gravidanza in casa propria, più problematiche di quelle che si auspicherebbe, con l’attuazione di suddetta clausola, di risolvere.

E’ però giusto ricordare che il numero di cesari nella regione Lazio, come nella regione Campania, è molto alto e ammonterebbe ad una percentuale che supera il 60% cosa che incrementa significativamente non solo l’affanno nella corsa alla spending review sanitaria, ma anche il rischio di complicazioni inevitabilmente legate agli interventi chirurgici. Non da dimenticare inoltre è la presa di coscienza del fatto che oggi il privato è paradossalmente preferito dagli utenti e competitivamente più forte in termini economici per l’alto prezzo (dai 5000 ai 7000 euro) che il pubblico richiede in tale prestazione. Di sicuro però ritornare al parto in casa non è una scelta discutibile sia per il peso culturale che esso comporterebbe (si viaggerebbe a ritroso di decenni  in Regioni che a quasi 50 anni dalla legge sull’aborto hanno ancora tra il 70% e l’80% il numero di obiettori ) sia per il pericolo a cui verrebbero esposti madre e bambino, nonostante la certificazione delle condizioni cliniche e l’esclusione delle complicazioni prima dell’evento come da decreto. Non è una soluzione spendibile per la Campania dove l’alta disoccupazione potrebbe trovare nel sussidio una panacea con risvolti mostruosi a breve e a lungo termine. Ritengo più giusto ad esempio combattere l’abusivismo del cesareo con campagne di sensibilizzazione e di educazione al parto naturale a livello nazionale oltre che regionale, con l’istituzione di più ambulatori ostetrici e più corsi di preparazione al parto come ad esempio ha già pensato di fare l’ azienda Ospedaliera della Seconda Università degli Studi di Napoli. L’ospedale san Gennaro smantellato, potrebbe poi essere ad esempio, un luogo ad hoc per l’esercizio di tali pratiche, visto che il reparto di ginecologia è stato chiuso, in attesa di essere trasferito all’Ospedale del mare, ”a buon rendere”.