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Un nuovo Laboratorio per il PD renziano

Il . Inserito in A gamba tesa

lab-dem

Poco prima che Gianni Pittella lanciasse la sua corsa alla segreteria nazionale del Partito Democratico, circa otto mesi fa, si faceva strada tra i suoi principali sostenitori e nello stesso Pittella la necessità di immaginare un paradosso.

Mentre cioè si ambiva a guidare il partito, e almeno nella fase iniziale delle convenzioni ci si rivolgeva unicamente agli iscritti, Pittella pensava a un luogo aperto, i cui confini da Nord a Sud non fossero rappresentati dall’adesione al Pd, e in cui iscritti, simpatizzanti, cittadini dotati di spirito critico e senso dell’impegno civile potessero confrontarsi a prescindere dal congresso in corso.

Un vero e proprio laboratorio per il Partito Democratico, fino a quel momento, per larghi tratti, sostanzialmente afono, o di retroguardia, in alcuni campi decisivi, Mezzogiorno, Europa, Federalismo.

Di certo ne giovò anche la successiva campagna congressuale che trasse nuova linfa dal cantiere di Lab-Dem e che si caratterizzò soprattutto per questioni tematiche più che per il carisma, che pure non mancava, del candidato o, come nel caso di Cuperlo, del suo king maker.

I principali assi di analisi e proposte che venivano da Laboratorio Democratico furono la riforma del Patto di stabilità da cui scorporare le spese per investimenti nella ricerca e nelle infrastrutture strategiche, la definizione di zone economiche speciali per il Mezzogiorno dove attrarre investimenti esterni sulla base di un regime fiscale di vantaggio, tasse zero per chi viene a investire al Sud e un regime burocratico più snello, un’idea di partito spintamente federalista e la riforma in chiave democratica delle istituzioni europee.

Gli esiti delle convenzioni furono percentuali a due cifre in tutto il sud e una rappresentanza ragguardevole in tutto il centro e persino in alcune aree del profondo nord più sensibili alla convergenza e alla sussidiarietà e, dipoi, il pieno sostegno a Matteo Renzi nella fase finale del congresso.

Il filo conduttore di tutte le proposte di cui Laboratorio Democratico si faceva portavoce era ed è in un profilo, in una caratterizzazione ideale e politica che nella sinistra italiana non aveva trovato facile cittadinanza, il liberalsocialismo, stretto storicamente tra la tradizione comunista e il popolarismo sturziano che esplicitamente si richiamava alla dottrina sociale della Chiesa.

L’attualità di un’idea di società non subalterna alla finanza, in cui conciliare uomo e mercato, libertà di intrapresa e redistribuzione è la chiave di volta di Lab-Dem che volutamente incrocia anche nel nome un richiamo al Labour inglese e al moderno socialismo, riformista ed europeista.

L’adesione del PD al PSE, coraggiosamente avanzata come condizione politica del sostegno di Pittella a Renzi e ancor più coraggiosamente realizzatasi grazie alla lungimiranza di Matteo Renzi segretario e premier ci dicono che Lab-Dem può dare un contributo utile non solo nell’astratto mondo delle idee o in quello dell’elaborazione programmatica ma rappresentando un pungolo per scelte concretamente progressiste.

La guida da parte di Gianni Pittella del gruppo dell’Alleanza dei Socialisti e dei Democratici, forte di quasi 200 deputati di 28 Paesi, rafforza questa prospettiva e la definisce meglio.

Da luogo culturalmente autonomo, in cui Pittella e i suoi sostenitori, iscritti e non al PD, ambivano coltivare l’identità progressista e riformista di un PD ancora colpevolmente estraneo alla famiglia socialista, oggi Laboratorio Democratico può essere spazio ancora più a disposizione di tutto il partito, di tutto il mondo variegato di sensibilità interne, di personalità, nell’alveo del progetto di radicale riforma del Paese di Matteo Renzi.

Renzi ha dimostrato sin dai primi vagiti di leader del governo di rappresentare la personalità di cui l’Italia ha bisogno, e non perché necessariamente se ne debba condividere l’impostazione su ogni tema ma perché sente e interpreta l’urgenza che il Paese non muoia di inedia, nella palude dei corporativismi, nella conservazione del privilegio del particolare, nell’inerzia dei temporeggiatori.

Le riforme istituzionali, la riforma della giustizia, della pubblica amministrazione, del fisco, la revisione del paradigma mercatista di Bruxelles richiedono coraggio e pensiero. E richiedono un PD che sia laboratorio di idee e fucina di classe dirigente soprattutto al Sud.

Credo davvero che Laboratorio Democratico possa svolgere un ruolo importante, anche con qualche grado di autonomia dal suo ispiratore Pittella, impegnato nella delicata sfida europea, per rendere più moderno e progressista il PD e il Paese di cui il PD aspira sempre più a essere guida stabile nel mare procelloso dei nostri tempi.