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Nel nome del padre: Annarita e la vecchia politica

Scritto da Mauro Malafronte Il . Inserito in Il Palazzo

Gragnano - Cosentino Patriarca Cesaro 02

È la storia di una famiglia perbene, in fondo. È la storia di un senatore della Repubblica e di una figlia sindaco. E’ la storia di un’Italia che c’era e che c’è sempre, cancrenosa, viscida e profondamente vile. Quando, nel 1979, Francesco Patriarca diventa senatore della Repubblica, Gragnano è un feudo, uno sputo di terra con il suo piccolo sovrano a Roma. Patriarca ricopre anche la carica di sottosegretario alla Marina Mercantile nel quinto governo Fanfani, dando vita ad un potentato locale senza precedenti, fatto di raccomandazioni, favoritismi, clientele e camorra: non c’è stata famiglia, negli anni ’80, che a Gragnano non abbia chiesto favori a Francesco Patriarca. Soltanto nel 2007 la Cassazione ha certificato il peso mafioso dell’avventura politica dell’ex senatore, con la condanna di quest’ultimo a nove anni di reclusione, per concorso esterno in associazione mafiosa.

È su queste brillanti credenziali, dunque, che nel 2009 Annarita Patriarca, figlia del politico mafioso, si candida pudica e pura alle elezioni comunali di Gragnano. La votano in tanti, perché quel cognome ha un suono troppo piacevole per gli elettori: troppi ricordi, troppo belli gli anni in cui a Gragnano i giovani elettori trovavano occupazione nella pubblica amministrazione, troppi vividi i frammenti di quell’Italia che c’era e che vogliamo non vada via. Annarita Patriarca sindaco di Gragnano, dunque, nel nome del “padre.”  Siamo cattivi, moralizzatori senza morale, ipercritici verso tutto e tutti, ci dicono agitando bandiere di garantismo. Quel voto, nel 2009, è dovuto ad altro, forse: “La voto perché attratto dalla sua abile retorica, perché ha studiato”, sussurra qualche impavido elettore in quegli anni. Poesia 2.0.

Siccome ci sono delle certezze anche in questo sconclusionato Paese, è giusto ricordare che il cognome continua ad avere un peso, un senso: il comune amministrato dalla giovane Patriarca viene sciolto per infiltrazioni camorristiche nel 2012 dal governo Monti. Piccole gioie di famiglia, insomma. Nello scorso giugno il Consiglio di Stato, confermando la decisone del Tar, ha stabilito il rigetto del ricorso presentato dall’ex sindaco. Le motivazioni, presentate la scorsa settimana, evidenziano come il sodalizio criminale della famiglia Di Martino abbia agito in modo concreto ed efficace per assicurare l’elezione a sindaco di Annarita Patriarca nel 2009. Il clan si è mosso direttamente per condizionare l’esito elettorale, indirizzando “pacchetti” di voto verso la candidata sostenuta nel corso di quella tornata. Un intreccio politico-camorristico che, secondo il consiglio di Stato, ha certamente finito per incidere in misura determinante anche nella successiva attività amministrativa, nell’ambito degli appalti pubblici e dell’edilizia.

Vengono anni difficili, caratterizzati dal Commissariamento, dalla stasi politico amministrativa e dell’ascesa criminale delle famiglie locali: lo abbiamo raccontato più volte, perché Gragnano, Castellammare e l’intera zona dei Monti Lattari stanno lentamente cambiando la loro fisionomia criminale, sono oramai terra di un cartello criminale più forte e ricco che in passato. Il clan Di Martino-Afeltra ed il clan D’Alessandro “fanno famiglia”, si consorziano, investono quanto ricavato dalle attività illegali nei circuiti legali del sistema economico, corrompono gli amministratori, piazzano i propri candidati in Consiglio Comunale, ottengono l’abbandono di intere fette di territorio da parte delle amministrazioni comunali, rendendole aree utili alla coltivazione di canapa indiana. In questo contesto, dunque, si è votato Annarita Patriarca: uno scenario di confine, di labile differenza tra legale e illegale, di feccia e ignoranza profonda.  Gragnano è figlia di una camorra nuova e di una politica vecchia, vecchissima.