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Eliminazione dell'IRAP, step n°1 per la ripresa

Scritto da Giuseppe Pedersoli Il . Inserito in Il Palazzo

matteo renzi

Matteo Renzi sull’ottovolante dell’Irap, va su e giù. Dichiara a Confindustria, a Bergamo, che taglierà l’imposta regionale (e contributi Inps) per i neo assunti. Poi, per una questione di contabilità nazionale, fa una retromarcia. Gli 80 euro concessi in busta paga impongono una revisione delle scelte. Peccato. L’eliminazione dell’Irap, o almeno la sua sostanziale riduzione, costituiscono il passo fondamentale per la ripresa e per creare posti di lavoro. Spiegare il meccanismo diabolico dell’Irap ai “non commercialisti” è impresa ardua.

Proviamo con qualche esempio. Don Gennaro Esposito è il meccanico di fiducia degli automobilisti di Ponticelli. Nell’officina si fa aiutare da nipote, cognato e tre apprendisti, tutti regolarmente assunti. Ha fatto una scelta di vita, Gennaro, e cerca di versare tutte le tasse, le imposte e i contributi previsti dalla legge.

Anche i pezzi di ricambio sono acquistati con fattura. Per far fronte agli impegni, Esposito utilizza uno scoperto di conto corrente bancario sul quale si ritrova a pagare fior di interessi passivi. Quando arriva la scadenza della dichiarazione dei redditi, l’artigiano di Ponticelli si sente dire dal commercialista che il suo reddito, prima delle imposte, ammonta a 40 mila euro. Non male, pensa “don” Gennaro. 

Un’autocarrozzeria di Agnano è invece gestita da Antonio Russo, coadiuvato non ufficialmente da due operai extracomunitari: tutti e tre sono abilissimi nel maneggiare moderni macchinari, con i quali riparano, verniciano e rimettono a nuovo auto e altri veicoli senza personale dipendente. Antonio e i due operai – “in nero” – per molte ore al giorno si dedicano all’attività, senza prestare eccessiva attenzione a fatture e ricevute fiscali,  e consentono alla ditta di conseguire un reddito lordo di 40 mila euro, lo stesso di Gennaro. Per effetto dell’Irap, però, Gennaro Esposito si ritroverà in tasca un reddito netto inferiore a quello di Antonio Russo. Naturalmente gli artigiani Gennaro e Antonio non esistono. Aiutano, però, a spiegare l’assurdità dell’Irap, che colpisce imprese e professionisti che assumono personale e sono indebitati con le banche. I contribuenti e i lettori non amano le disquisizioni tecnico-giuridiche sul sistema fiscale, si limitano ad inveire quando viene loro presentato il conto da pagare; tuttavia, soltanto con qualche esempio, magari assistendo alla materiale redazione di una dichiarazione dei redditi, si può verificare che l’Irap penalizza chi crea posti di lavoro e favorisce, paradossalmente, chi non assume e non ha bisogno di indebitarsi.

Un caso clamoroso è quello degli istituti di vigilanza, per i quali il costo del lavoro dipendente può arrivare anche al 90 per cento dei costi totali: chi ha alla dipendenze un migliaio di vigilantes, da un reddito prima delle imposte di 100 mila euro, può ritrovarsi in perdita dopo il calcolo (e l’inserimento in bilancio) dell’Irap! E’ vero che, quando fu istituita, l’imposta regionale sulle attività produttive assorbì una serie di balzelli e contributi che gravitano intorno agli stipendi da corrispondere ai lavoratori dipendenti; ma il discorso è ormai anacronistico, un Paese che ha necessità di rilanciare l’economia e l’occupazione non può consentire una vera e propria disparità di trattamento fiscale tra chi ha personale assunto e chi no. Se si considerano le oggettive difficoltà “superiori alla media nazionale” in cui versano Napoli, la Campania e il Meridione d’Italia, le ipotesi sono due: esonero dal pagamento dell’Irap per le imprese del Sud – con meccanismi compensativi per le Regioni interessate – oppure totale riforma del sistema fiscale, con premi ed incentivi per chi crea posti di lavoro e assume. La direzione contraria è un suicidio economico.