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I comunisti, i fascisti e l'acqua minerale

Scritto da Mauro Malafronte Il . Inserito in Vac 'e Press

castellammare

In provincia, si sa, le cose arrivano sempre dopo. Se il comune è Castellammare di Stabia e la provincia è quella napoletana, poi, il rischio è quello di un ritardo capace di rendere attualità ciò che, ovunque, è sepolto nel passato. Capita persino che un gruppo, più o meno nutrito, di comunisti per professione, nei secoli dei secoli, aggredisca la piccola, piccolissima, quasi insignificante manifestazione di Gioventù Nazionale, il movimento politico giovanile, si fa per dire, di Fratelli d’Italia.

È storia recente, di pochi giorni or sono, purtroppo: Castellammare, così, d’un tratto, scopre che “i giovani sono violenti”, che “i comunisti non vogliono l’esistenza di noi altri”, che i “fascisti devono morire tutti.”  I comunistelli, antagonisti del buon senso prima che del sistema, intonano cori da stadio, gli altri rispondono sui giornali: è la politica locale, bellezza. Ed il dramma della politica cittadina è che li conosciamo, tutti, uno per uno, i protagonisti di queste vicenducole da paesuncolo. Conosciamo i nomi di quelli che stanno da una parte e dall’altra, i rossi e i neri, la loro storia, i loro trascorsi studenteschi, le loro proposte a stagioni alterne.

Quello che ci è dato vedere, ad ora, è che quando non c’è la politica, c’è altro a occupare il suo posto, sempre. Anche la feccia va bene, anzi è la cosa migliore: se la politica latita, c’è tanta feccia pronta ad accaparrarsi un ruolo di primo piano, questa è la verità. Dopo tre giunte comunali disastrose, nell’ordine Vozza-Bobbio-Cuomo, rispettivamente in quota Sel, Pdl, Pd, Castellammare non ha prospettive politiche, culturali ed economiche. La città delle acque potabili a metà, del mare non balneabile, delle terme chiuse, della funivia fuori servizio, del dissesto economico, degli scavi invisibili, dei voti comprati a cinquanta euro, del clan D’Alessandro, delle periferie lasciate a loro stesse, dei rimpasti, è soprattutto la città della latitanza della politica.

Così, non ci resta che raccontare dei giovani a forte identità nazionale, in quota Fratelli d’Italia, che dopo l’ottimo 1,95% ottenuto alle scorse elezioni politiche, si azzuffano con i comunisti da paese, gli anticonformisti più conformisti che il pensiero umano possa mai concepire: i cori, qualche spintone, l’insulto e poi di corsa sui giornali e nelle tv locali a raccontare cosa è successo. Gli edicolanti travestiti da giornalisti, poi, completano lo spettacolo con le loro storpiature, le ricostruzioni dell’accaduto fatte su misura degli interessati, le infime analisi dello scenario politico della città. Ed allora si parla a ruota libera di destra e di sinistra, di patria e di identità, di diversità e di famiglia, di diritti e di immigrati. Persino di Europa, bontà loro. E noi, umili spettatori di tale messa in scena, ci limitiamo a ricordare che niente di tutto questo è sembrato mai così lontano dalla realtà, mai è sembrato tanto mediocre il loro argomentare, l’incedere insicuri tra i congiuntivi ed i ridondanti aggettivi utilizzati nel flebile eloquio.

La verità, la sola che possiamo condividere, è che la mancanza di Politica fa crescere lo spirito anarcoide covato all’interno di questo rozzo paesuncolo. E, una volta per tutte, possiamo gridare al mondo ciò che è sotto gli occhi dei più attenti ed onesti osservatori: è solo la destra che non esiste a far sembrare di sinistra una sinistra indecorosa.

Poi, però, capiamo di essere incappati nel solito errore, quello di sempre, quello fatto anche da chi ha commentato quanto accaduto a Castellammare: li abbiamo presi sul serio. Comunisti e fascisti? Giovani fermi alle vecchie ideologie? No, non ci abbiamo capito niente. Ed allora antagonisti contro legalitari? Sinistroidi contro neofascisti? Acqua. Nel 1957, lo sconfinato talento di Leo Longanesi aveva capito già tutto: “Qui non c’è nulla, né destra né sinistra. Qui si vive alla giornata, tra acqua santa e acqua minerale”.