fbpx

Dall’ecomostro abbattuto alla “ecopolitica” che non c’è

Scritto da Mauro Malafronte Il . Inserito in Vac 'e Press

ecomostro

Ci sono voluti cinquant’anni e sessanta chili di esplosivo per abbattere l’ecomostro: lungo la costa della penisola sorrentina, tra Vico Equense e Meta di Sorrento, il rudere del maxi albergo è rimasto incompleto per mezzo secolo. L’obbrobrio è stato costruito nel lontano 1964, in assenza degli attuali vincoli paesaggistici: una sorta di mausoleo del boom economico che, di tanto in tanto, qualche smemorato nostalgico propina come isola felice e modello della rinascita post bellica. Il ministro dell’Ambiente Galletti, che, giusto per i non addetti ai lavori, esiste, respira e, a quanto pare, dichiara, sostiene convinto: “Tutto ciò serva a dare un segnale chiaro ai cittadini: la tutela del nostro territorio è e sarà priorità delle amministrazioni locali e del Governo nazionale. 

Serve un profondo cambio di mentalità: le amministrazioni locali devono avere il coraggio e la serietà di vietare le costruzioni in zone ad alto rischio idrogeologico.” Siccome non ci facciamo mancare niente ed i tempi celeri della giustizia sono tema scottante solo per i berlusconiani sopravvissuti allo sbarco dei due Matteo, in quota Pd, uno, ed in quota Lega, l’altro, la questione giudiziaria non può dirsi chiusa: ad oggi, la “Sica srl” è tenuta a pagare i costi di demolizione, pari a 320mila euro. La stagione dei ricorsi, infatti, non è finita: il Tar si pronuncerà sul merito, per poi passare la palla con ogni probabilità al Consiglio di Stato.  La società, proprietaria dell’ecomostro, vede tra i suoi titolari Anna Normale, la moglie dell’eurodeputato Andrea Cozzolino, colui che, nel 2011, garantì al Pd il trentacinquesimo autogol elettorale della sua breve vita, con l’annullamento delle primarie per il sindaco di Napoli a causa dei brogli e dei falsi tesseramenti.

Domenica 30 novembre, però, a cinquant’anni dalla costruzione, il mostro è stato abbattuto: per la bonifica definitiva dell’area, invece, bisogna andare con i piedi di piombo, perché occorrono circa sei milioni di euro. L’ambiente si, ma con moderazione, dunque. L’ecomostro incenerito, quindi, sostituisce “l’ecopolitica” invisibile del governo, e se la scomparsa dei “Verdi” può essere certamente salutata con un sincero ottimismo, il trasloco di Orlando dal ministero dell’Ambiente a quello della Giustizia aveva forse illuso: nulla si muove, tranquilli. La questione ambientale resta ai margini, dietro le quinte: non tira voti, non moltiplica i consensi. Anzi, a dirla tutta, annoia. Problema culturale? Forse. Di certo l’autoreferenzialità degli associazionisti di professione, poi, fa il resto. La “Terra dei fuochi”, e tutto il circo che ne è conseguito, ha posto la pietra tombale ad ogni tipo d’iniziativa politica strutturale: i consensi all’insegna dell’emergenza sono la panacea per la disaffezione alla politica. Ed allora possiamo star certi che passeranno altri cinquant’anni, con tanto di ecomostri da abbattere, prima che ci si decida a realizzare ciò che il buon senso esige da tempo atavico: rendere legge la proposta che prevede l’inserimento dei “delitti contro l’ambiente” nel codice penale. Tra le introduzioni previste più significative ritroviamo la disciplina per il traffico di materiale radioattivo, il disastro ambientale e la confisca obbligatoria del profitto realizzato.Ad oggi, infatti, le sanzioni sono puramente di tipo contravvenzionale, finendo per confezionare un meccanismo legislativo criminogeno: “Delinqui? Tranquillo, basta pagare e tutto passa. Se ti conviene, continua pure.”

La proposta di legge, ennesimo vessillo, ulteriore simbolo, o meglio spauracchio della nuova generazione di governo, è insabbiata tra Camera e Senato da oramai dieci mesi: ferma, inesorabilmente. Che all’annuncio, alla promessa, non segua l’azione, a dir la verità, ci siamo tristemente abituati in questi anni di malgoverno: è la regola non scritta di una politica piegata sulle proprie ginocchia e costantemente protesa ad ascoltare ogni singolo gorgoglio emesso dalla pancia degli elettori. Ci siamo dentro, e, probabilmente, non si tornerà più indietro. Una politica ambientale degna di questo nome, ad oggi, non esiste: si è abbattuto l’ecomostro, accontentiamoci.