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Il “piano Juncker” e gli investimenti in Italia: istruzioni per l’uso

Scritto da Mauro Malafronte Il . Inserito in Vac 'e Press

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La politica, quella vera, esiste dove ci sono i soldi, nel bene e nel male, ed il nuovo fronte è l’Europa, con buona pace dei Salvini di turno. Il presidente della Commissione europea Jean Claude Juncke ha presentato il piano d’investimenti: 315 miliardi di euro con cui irrorare gli stati membri con l’obiettivo di spronare la crescita e, si spera, l’occupazione. Ad ora, sono stati presentati circa 2000 progetti, tra i quali verranno selezionati quelli da finanziare: tutto ruota intorno alla Banca europea degli investimenti (Bei), nuovo ago della bilancia della politica comunitaria, che gestisce, infatti, il fondo d’investimento volto al finanziamento di punti nodali, come quello dell’energia, dei trasporti, dell’innovazione e della connessione a banda larga.

Nel progetto stilato dalla Commissione ritroviamo anche l’adeguamento complessivo di tutta la rete autostradale nostrana, con un costo preventivato superiore ai sette miliardi di euro. Varie le tratte: le quattro corsie tra Benevento e Caianello, il tratto della Salerno-Avellino, quello Cosenza-Rogliano e Pizzo-Sant’Onofrio-Vibo Valentia. Il cosiddetto “progetto Juncker” necessita dell’approvazione del Consiglio e del Parlamento europeo e, in caso di voto favorevole, potrebbe entrare in vigore nella seconda metà del 2015.

Così la politica muta, si trasforma ed assume una dimensione straordinariamente lontana dalla realtà che proviamo a scrutare da anni con gli occhi semichiusi, inspiegabilmente ancorati a logiche locali e biecamente antieuropee: la politica, quella che conta, quella in grado di muovere capitali, si decide a Bruxelles. Dobbiamo imparare a conoscerla, a comprenderla, a condizionarne la portata e l’incisività. La cultura politica nostrana, assassinata a colpi di “Servizio Pubblico” ed interviste su “Repubblica”, deve rinascere in un’accezione che vede nell’eurozona un’opportunità irripetibile, non un limite invalicabile, come pure ci è stata presentata in questi anni di buffoni e pantofolai da prima Repubblica. Ed allora cogliamo l’occasione di ricordare all’Europa chi siamo, come viviamo e come ci chiamiamo: indichiamo in modo sintetico le coordinate della nostra minipolitica da quartiere e dei soldi, gli unici, che girano davvero nel nostro paese. Si, perché, con tutto il rispetto per Juncker e la Commissione, noi siamo tremendamente avanti: negli anni, grazie ai lavori di allargamento della A3 (quel girone dantesco chiamato Salerno-Reggio Calabria), abbiamo ripartito in modo scientifico le competenze. È stato un lavoro meticoloso, degno della migliore politica italica: da Mormanno a Tarsia, il tratto è di competenza delle famiglie Farao e Forasteno; dall’uscita Tarsia a Falerna ci sono i Muto, i Perna, i Rua, i Bruni; nel tratto Falerna-Pizzo comandano gli Iannazzo; da Pizzo a Serre, i Mancuso; da Serre a Rosarno, i Pesce; fino a Palmi, poi, ci sono i Piromalli; nell’ultimo tratto che porta a Reggio Calabria troviamo gli Alvaro, i Tripodi ed il boss Laurendi. Ecco, questa è l’esatta mappatura di 270 km di Italia, di autostrade e di ‘ndrine. Così, da più di vent’anni, i soldi statali ed europei vanno a rimpinguare le casse della più potente organizzazione criminale del mondo. Per evitare che la Commissione europea diventi la nuova Cassa del Mezzogiorno, questi nomi, queste storie, questo pezzo di Italia deve essere conosciuto, dall’Europa e dal nostro governo. Meglio, quindi, che i ministri dell’Economia e degli Esteri, rispettivamente Padoan e Gentiloni, supervisionati dalla Mogherini, fresca di nomina come Alto Rappresentante dell’Unione, consegnino alla Commissione un documento dal titolo chiaro, semplice ed evocativo: “ Fondi europei di investimento in Italia. Istruzioni per l’uso.”