fbpx

Canzone napoletana, lascia o raddoppia?

Scritto da Gabriele Esposito Il . Inserito in Musica

canzone napoletana

Lascia o raddoppia è stato uno dei più famosi quiz televisivi della Rai, andato in onda dal novembre del 1955 a metà luglio del 1959, per esser poi ripreso, a correnti alterne nei decenni successivi, sino agli anni 90’, prevedeva la possibilità per i concorrenti di raddoppiare le cifre vinte, con le risposte date a una categoria di argomenti o accontentarsi di quanto guadagnare e terminare la propria esperienza ludico-televisiva. Celebre la performance cinematografica, del 56’, di Totò, nei panni del Duca Della Forcoletta, che concorreva come esperto di cavalli, e di Mike Buongiorno, presentatore storico di tale trasmissione.

Nonostante mille paure, dovute alle scommesse di due gangster sulla scelta del Duca di lasciare o raddoppiare, il principe de Curtis, tra colpi di scena e fortuna, risponde alla domanda finale vincendo la cifra per realizzare il sogno della figlia di aprire un bar.

Questo preambolo, rappresenta il percorso, la situazione e la fotografia della canzone Napoletana, chiusa in una cabina ed in attesa di lasciarsi andare alla deriva dei pregiudizi e delle iatture dei suoi detrattori o raddoppiare e ritornare ad avere il ruolo egemone che per molti secoli ha esercitato nel panorama culturale ed artistico nazionale, almeno sino agli anni 80’.

Molti critici della musica fanno coincidere la sua decadenza con la scomparsa o trasformazione dei poeti della tradizione, soppiantati dagli autori, i quali a detta loro, scrivono non per diletto o per istinto, ma per meri fini opportunistici o commerciali, tralasciando o ignorando gli stilemi più elevati.

Questa decodifica può essere accettata in parte, in quanto una produzione artistica contiene sempre, in ogni periodo, “bona e mala poiesis”, il problema, semmai, è che nel mondo moderno, dove tutto è istantaneo e fruibile, ma allo stesso tempo, in un attimo, diventa vecchio e superato, le produzioni musicali non vengono recensite, così tutti possono divenire produttori, fruitori e divulgatori, indifferentemente, di ciò che sentono più vicini alla propria esperienza.

Così se assistiamo ad un proliferare di musica popolare, che qualcuno ha ritenuto etichettare, e ghettizzare, “neomelodica”, categorizzandola in un universo culturale da evitare, bisogna chiedersi se questo fenomeno non rappresenti il grido di una parte del popolo, meridionale, in generale, che chiede alla cultura d’elité di ristagnarsi nelle sue aule d’orate, dimenticandosi di chi vive momenti particolari, dove la strada diventa il palcoscenico della vita.

Eppure nell’ultimo anno Napoli, artistica in generale, ha vissuto un anno d’oro. Rocco Hunt a febbraio ha vinto il Festival di Sanremo, presentando una canzone in vernacolo. Franco Ricciardi ha ricevuto il David di Donatello per la colonna sonora del film “Song ‘e Napule”, come miglior canzone originale. Altri artisti come Clementino ed altri rapper emergenti si sono imposti all’attenzione nazionale con i loro dischi in napoletano, tanto da far parlare l’opinione pubblica di fenomenologia musicale nuova.

Eppure in molti dimenticano che il rap è in qualche misura nato a Napoli, nel 700’ con  “Lo Guarracino”, rap o tarantella, in cui vengono nominati tutte le tipologie ittiche del mare nostrum.  Ecco, quindi, come, secondo me, si sta aprendo ad una nuova stagione d’oro artistica, e non solo, di Napoli e della sua cultura, che superando un periodo di catastrofe (nel senso greco del termine=mutamento) sta ritornando ad una produzione di qualità, sintesi perfetta della cultura popolare e d’elitè, pronta a raddoppiare e a non lasciarsi andare alla deriva. Immagino un Totò stanco che rivolgendosi ad una cianciosa Luisa Conte le sospiri: ”Dicitencello vuje, che ‘a verità è che dimane è nu juorno bbuono.”