Parlami d’amore Marijù

Rifiutando categoricamente l’approccio scientifico, questo contributo vuole approfondire il tema del “neoproibizionismo” per vivisezionare l’opinione pubblica italiana e scovare il seme dell’oscurantismo di cui essa è malata. L’unico drogato in discussione è il nostro popolo, corrotto -nel dna- e storicamente inibito di fronte alle sfide del cambiamento. Per tanto non si dirà, come una certa retorica fa, che la marijuana fa bene, ne che per essa –a differenza dell’alcol- non ci sono morti da contare. A scopo puramente propagandistico sarà chiamato in causa un unico indice: 14,8% con trend positivo, il più alto in Europa, grande quanto il PDL il partito dei consumatori italiani, nonostante la repressione più dura d’occidente. Per dimostrare cosa? -si domanderà il lettore- Nulla, se non che i fumatori di “spinelli” si nascondono in mezzo a noi, è divertente pensare che la probabilità di trovarli tra chi legge cresca con l’interesse nel proseguimento della lettura.
Quindi che senso ha parlare di legalizzazione in tempo di crisi? Oggi una legislazione in linea con gli indirizzi ONU (che spinge per depenalizzare il consumo) potrebbe risollevare le sorti dell’economia, della giustizia, della sanità. Di proibizionismo questo paese sta morendo: 10 miliardi di euro l’anno, il conto salatissimo di un tabu. Con una distribuzione regolamentata, simile a quella di tabacco e alcolici, lo stato potrebbe garantirsi gettito fiscale sufficiente per riportare il debito a livelli sostenibili, sottrarre un intero mercato alle mafie, garantire qualità e controlli sanitari ai consumatori, svuotare le carceri dagli spacciatori d’erba (in gran parte giovanissimi) e i tribunali dalle colonne di carichi pendenti.
Più che interrogarsi sulla disequazione tra bene e male, in una corsa agli argomenti per l’una o per l’altra tesi, il paese dovrebbe illuminare una zona d’ombra vastissima e trasversale dei diritti civili. Medici, avvocati, professionisti, studenti, operai tra i consumatori: quella per la marijuana libera non sarà mai una lotta di classe, ma diventa la più liberale delle opportunità, specialmente se considerato il paradosso della legge fascistissima Fini-Giovanardi, che non opera alcuna discriminazione tra droghe leggere e pesanti. La realtà è anche stavolta più avanti delle politiche che la organizzano. Il vero male del nostro tempo è la dissoluzione di ogni approccio critico nel discorso sulla società, la scelta di semplificare l’umanità nella dialettica tra la nomenclatura dei buoni e quella dei cattivi (drogati, omosessuali, terroni…). La repressione ha fallito, e la crisi ha svuotato il proibizionismo di ogni già dubbio significato morale e politico.
