Nella CGIL devono cambiare le idee

Ho letto con estremo interesse l’articolo di Paolo Macry “Nel nome dei lavoratori” pubblicato qualche tempo fa sul Corriere del Mezzogiorno. L’autore sostiene alcune tesi di estremo interesse, inquadrandole in un processo storico, venendo poi a conclusioni su cui si potrebbe sicuramente discutere (come in questi giorni si fa). Non voglio mettere in discussione la sua opinione ma, semplicemente, non la condivido.
Nel percorso di lettura del suo articolo trovo “fastidioso” il passaggio comparativo tra azioni ed effetti delle politiche sindacali nel nord e nel sud del Paese. Cito testualmente «al sindacato settentrionale si possono attribuire le storiche rigidità del mercato, ma anche il welfare e la crescita civile del paese, nelle terre della “questione meridionale” il sindacato è corresponsabile, piuttosto, dei fallimenti pluridecennali di governi e partiti». Il fastidio non deriva dal fatto di non condividere il concetto, anzi, ma trovo limitante il “riassunto” in così poche righe di un lungo processo storico che è la diretta conseguenza di ciò che si è sedimentato negli anni, con tutti i loro pregi e i loro limiti. Forse che il sindacato nel meridione non ha contribuito ad un processo innovativo di welfare e di crescita civile del paese nonostante la difficoltà storica di una differente e più penalizzante condizione di arretratezza? E il sindacato settentrionale ha forse meno o nessuna responsabilità nel fallimento sostanziale della politica di questi anni a livello nazionale ed a livello partitico? C’è forse differenza tra le condizioni di ‘buon governo’, per stare al tempo, della Campania e della Lombardia? Qualcuno storcerà il naso, ma se siamo costretti a semplificare…
La Cgil ha certamente gravi responsabilità (anche nelle divisioni più volte sottolineate tra la Confederazione e la Fiom sulle questioni Fiat e non sempre esclusivamente in senso positivo verso il sindacato metalmeccanico) ma ha dovuto reggere le “tempeste” che volevano travolgerla al tempo della destra al potere, e non si è mai piegata, né mai è passata, come altri, per l’entrata di servizio di Palazzo Grazioli.
Le conseguenze sono state fin troppo evidenti: una radicalizzazione del pensiero (e, a volte, dell’azione) e una consuetudine, a livello locale, a non disturbare il manovratore dove questi risultava politicamente “prossimo”, con la conseguente paralisi della politica e del sindacato «senza alcun ammodernamento delle società», per tornare a Macry.
Chi ha diretto il sindaco per più di un decennio, non può autoassolversi e non può scaricare tutte le responsabilità su “i figli putativi”. Ciò non aiuta ne aiutano le dichiarazioni di Romiti (che rimprovera il gruppo dirigente sindacale di intervenire oggi e di non averlo fatto ieri con una vera autocritica).
Rinnovare la politica sarà d’aiuto anche al movimento sindacale che, in questi anni, ha trasformato “gattopardescamente” se stesso per non cambiare nulla. Insomma le idee debbono certamente cambiare, per quanto riguarda gli uomini si vedrà!
