After-birth abortion: why should the baby live?

All’inizio del 2012 la rivista di bioetica on line inglese “The Journal of medical ethics” ha pubblicato il contributo di due studiosi italiani, Francesca Minerva e Alberto Giubilini, dal titolo: “After-birth abortation: why should the baby live?” (Aborto post-natale: perché il bambino dovrebbe vivere?)
L’era di internet fa brutti scherzi, l’articolo non resta nel chiuso degli ambienti degli specialisti, ma gira nella rete. Il primo marzo 2012 ne parla Rita Guma nel suo blog su “Il Fatto quotidiano”. Le reazioni sono subito forti e nette: “Permettetemi di commentare intanto che è davvero sconvolgente che questi cervelli italiani all’estero abbiano prodotto simili elevate conclusioni. Francamente mi fa piacere non siano rimasti in Italia, cosicché il nostro Paese abbia potuto privarsi dell’onore di aver dato origine a tale scioccante teoria”.
L’11 marzo 2012 su Famiglia Cristiana interviene Stefano Stimamiglio che intervista Paola Bonzi, fondatrice del Centro di Aiuto alla Vita, che dice: “Mi sembra una pazzia. Pensare che un bambino, solo perché è piccolo, possa essere soppresso mi sembra una vera follia”
Avvenire parla di “crepuscolo disumano della civiltà occidentale” e raccoglie gli interventi di Salvatore Natoli, Roberto Mordacci, Remo Bodei e Giulio Giorello che sull’argomento dice: «Il fatto è che i due ricercatori si guardano bene dal precisare quando l'infante potrebbe diventare una persona a pieno titolo e cessare d'essere oggetto di eventuale eliminazione. Avverrà a due mesi? A due anni? Oppure a 30, a 60 magari? È evidente quali cupi scenari evochi una simile visione del mondo».
Ma cosa sostengono i due ricercatori italiani? semplicemente che sia possibile estendere ai bambini appena nati le stesse motivazioni che giustificano l’aborto:
“Lo status morale di un neonato è equivalente a quello di un feto nel senso che entrambi mancano di quei propositi che giustificano l’attribuzione del diritto alla vita di un individuo. Sia un feto sia un neonato sono certamente esseri umani e potenziali persone, ma nessuno dei due è persona nel senso di un «soggetto con un diritto morale alla vita». Noi chiamiamo persona un individuo che è capace di attribuire alla propria esistenza almeno alcuni valori di base come il ritenere una perdita l’essere privati della propria esistenza. Ciò significa che molti animali e persone ritardate sono persone, ma che tutti gli individui che non sono nelle condizioni di attribuire alcun valore alla propria esistenza non sono persone. L’essere semplicemente un essere umano non è una ragione di per sé sufficiente per attribuire a qualcuno il diritto alla vita”
In verità questi argomenti non sono affatto nuovi. Peter Singer li sostiene da anni ed è diventato famoso anche, se non soprattutto, grazie all’attenzione ricevuta nel difenderli. L’aborto-post natale, ovvero l'infanticidio, faceva parte della cultura dell'antica Grecia e di Roma ed ancora oggi è costantemente praticato in Cina e in India. Non solo ma si inizia a parlare di eutanasia per i bambini in molti Paesi. Dunque le reazioni all’articolo dei due ricercatori italiani si spiegano solo come un fenomeno collegato alla rete che ha dato visibilità popolare a un materia così delicata e discussa su riviste specializzate con un linguaggio crudo a cui non siamo abituati.
Ma sono proprio le reazioni a dimostrare che i punti in discussione restano centrali, due in modo particolare: la definizione di persona e quello di vita degna.
Basta avere il "respiro della vita" o il battito del cuore o il cervello sviluppato? Se bastasse dovremmo riconoscere il diritto alla vita anche per altri animali che respirano e hanno un battito del cuore e il cervello. Forse occorre qualcosa in più. Le persone sono tali se hanno capacità razionale e relazionale? O inoltre devono avere consapevolezza di sé? Se queste capacità si indeboliscono durante la vita, a causa di incidenti o malattie, queste cessano di essere persone?
In questa sede non daremo risposte, ma come ha sostenuto Remo Bodei, riteniamo che sia il caso di introdurre un altro concetto che è quello di cura: «È sul concetto di cura che siamo chiamati tutti a riflettere. E non si tratta – anche qui – di un concetto laico o cristiano, ma universale».
L’articolo di Minerva e Giubilini
http://jme.bmj.com/content/early/2012/03/01/medethics-2011-100411.full
tradotto
http://www.tempi.it/uccidere-un-neonato-eticamente-accettabile-tutti-i-casi-cui-lo-laborto#.UZkQikorgpV
Rita Guma. Il Fatto Quotidiano
http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/03/01/abortire-neonati-proposta-etica/194634/
http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/03/08/dovrebbe-essere-uccidere-neonati/196214/
Famiglia Cristiana
http://www.famigliacristiana.it/famiglia/news/articolo/quando-l-infanticidio-cambia-il-nome_090312103844.aspx
Avvenire
http://www.avvenire.it/Cultura/Pagine/neonati-di-scarto.aspx#
