Il Top Player del Napoli è Aurelio De Laurentiis

De Laurentiis pappone. Meglio la C che un presidente così. Sono gli striscioni e slogan di una nutrita corrente politica del grande partito del tifo calcistico della Società Sportiva Calcio Napoli.
Decine e decine e decine di migliaia di persone che, tacciando di “tifosottaggine” tutti gli altri e arrogandosi il diritto del tifo “duro e puro”, non perdono occasione di rinfacciare ad Aurelio De Laurentis di pensare solo a se stesso, di “fottersene” del Napoli, di guardare solo al profitto. E arriviamo spesso al paradossale e al ridicolo: ad Aurelio non importa vincere, svilendo così la grande tradizione del Napoli. Sotto il grido “Meritiamo di più” si riuniscono tutte queste fronti inutilmente spaziose, spesso rette e sorrette da una certa stampa. Ma, sinceramente, meritiamo di più? Tutti meritano, e legittimamente vogliono di più, ma dire che lo meritiamo è parola grossa. La verità è che Aurelio De Laurentis è il miglior presidente che abbia avuto il Napoli, che vive la migliore stagione della sua novantennale storia. L’altra verità è che Aurelio De Laurentis, come il Napoli e i suoi giocatori, è il presidente normale di una squadra normale, nella media dei club europei. Ma andiamo con ordine.
Nel complesso mondo dell’informazione, affetto da “paragonite acuta” che non perde giorno per scoprire il nuovo Maradona o per tracciare improbabili paralleli fra Dybala a Messi, si è totalmente smarrita la capacità di raccontare, indagare, guardare, spiegare. Con il ricorso continuo al paragone superficiale e sensazionalistico, roba da dare in pasto ad un pubblico che chiede tanto ma alla fine assimila poco, si è addirittura svilita la nobile arte del paragone stesso, dell’analisi. Da qui, un enorme equivoco sul Napoli.
Il Napoli non è mai stato un top club. Mai, nemmeno negli anni d’oro di Diego Armando Maradona. Parliamoci chiaramente: la squadra ha vinto poco, pochissimo. Due scudetti, qualche coppa Italia e una coppa Uefa. In fin dei conti, è poca roba. Abbiamo sempre avuto “rose azzeccate con la sputazza”, per dirla come il mio barista preferito. Compravamo giocatori ormai cotti, vedi Sivori e Altafini, Burnich e Giannini. O giovanissimi, che poi hanno fatto carriera in altre squadre. Uno su tutti: Dino Zoff. Lo stesso acquisto di Maradona, tutto sommato, non è figlio di pianificazione e progettualità: un calciatore reduce da un grave infortunio, già cocainomane, comprato (senza fideiussioni) più per questioni mediatiche che altro. Poi tanti anni di alternanza fra la A e la B, anni di mezza classifica. Insomma, siamo una Fiorentina baciata dalla fortuna di Diego. Solo un esempio: se il Napoli fosse stato un top club nell’epoca maradoniana, avrebbe vinto almeno il doppio. Almeno.
Se vogliamo usare parole di verità, dobbiamo dire non solo che l’era De Laurentis è in linea con la storia del Napoli, ma è la migliore. È la migliore per equilibrio di gestione, per progettualità, per conoscenza di possibilità e limiti. Si può fare di più? Certamente. Anzi, si deve fare di più. Ma i limiti e i difetti di De Laurentis, di Sarri, della squadra sono gli stessi limiti e pregi di tutte le società del mondo. Non siamo un top club, ma non lo siamo mai stati. Anzi. Possiamo diventarlo? Certo, ma la strada è lunga. La polemica post-infortunio di Milik è emblematica: “La rosa è corta, De Laurentis non ha comprato”. Invito chiunque a trovarmi un club qualunque in giro per il mondo che abbia tre prime punte. Forse ce ne sono un paio.
E allora? Allora niente. Dobbiamo essere onesti con noi stessi, ringraziare ogni giorno De Laurentis per quello che ha fatto e fa e pungolarlo a fare un po’ meglio. Perché noi non siamo speciali. In per concludere provo ad addentrarmi in un ragionamento di più ampio respiro che, per vastità e scivolosità, accenno soltanto. Accade di confondere Napoli con "il Napoli". La città con la squadra. In principio, essendo Napoli una grande città famosa in tutto il mondo, crediamo che lo stesso valga per la squadra, che in realtà ha una storia mediocre.
Ma soprattutto…Viviamo nella giustificata ma mortifera paranoia tipica di una capitale decaduta e diseredata, in parte sconfitta. Se siamo sconfitti o meno, non lo so. Non credo, ma non è questo il luogo per affrontare la discussione. Di sicuro quest’ansia la viviamo. Siamo pronti a dire, ogni giorno, che Napoli è la città migliore del mondo e, contemporaneamente, ad esaltarci se Tizio o Caio o Sempronio, da un paesino in provincia di New Orleans, ci dicono che siamo una bella città. Una sorta di schizofrenia fra l’esaltato e il provinciale. Allora confondiamo i piani. Soffriamo così tanto quando il Napoli perde perché lo infiliamo nella battaglia cultural-politica, consapevole o meno, poco importa, dell’affermazione di una grande capitale mediterranea ed europea come Napoli. “Oggi come allora, difendo la città”. Ma, sinceramente, voglio avere la libertà di essere tifoso del Napoli senza però essere rappresentato, come cittadino, da un coro della curva. Seppur bellissimo.
