Il Mezzogiorno nella nebbia elettorale

Come si è collocato nella campagna elettorale il Mezzogiorno, con i suoi problemi e soprattutto con le proposte avanzate dalla sinistra per affrontarli e risolverli? A queste domande si possono dare due tipi di risposta: scorrendo i programmi enunciati pubblicamente da partiti e movimenti oppure esaminando le iniziative che queste forze politiche hanno realizzato rivolgendosi durante la campagna elettorale ai cittadini ovvero, come anche si dice, agendo nel sociale.
Ambedue questi esami danno risultati magri, forse deludenti agli occhi di un critico severo. Il maggiore partito della sinistra, il Partito Democratico, ha presentato un programma assai ampio e dettagliato, che possiede il pregio di essere unitario, cioè rivolto a tutta l'Italia.
Il lettore puntiglioso del programma del PD, quello che l'ha letto e si è soffermato sulle 100 idee ("Cose fatte e da fare"), dice di aver trovato soltanto due proposte specifiche relative al Mezzogiorno: la proposta n.36 (creazione a Napoli di un polo di alta tecnologia in collaborazione con due grandi imprese multinazionali, Apple e Cisco, un progetto peraltro già avviato) e la proposta n.66 (realizzare al meglio il progetto Matera capitale europea della cultura 2019 per rilanciare e riscattare l'intero Mezzogiorno).
Il lettore benevolo dei documenti del PD dirà invece che tutta la strategia dei democratici è nel suo insieme apertamente meridionalista. Lo è quando si prefigge l'obiettivo di abbattere la disoccupazione al 9% e di abbassare la disoccupazione giovanile al di sotto del 20% - di che si parla se non del Mezzogiorno dove la disoccupazione specie quella dei giovani è molto più alta rispetto al resto d'Italia?
La lettura delle proposte dell'altro soggetto politico che si colloca a sinistra, la lista di Liberi e Uguali, porta alle stesse conclusioni: non si parla direttamente del Mezzogiorno ma è come se l'argomento fosse presente in tutto il programma. Lo è quando si enuncia l'obiettivo di favorire un'occupazione "buona", cioè rispettosa dell'ambiente; quando si punta alla soddisfazione dei bisogni sociali (scuola, istruzione, servizi sanitari); quando si dedica un'attenzione particolare all'agricoltura e al turismo sostenibile.
Solo il programma di Potere al popolo, il movimento politico di sinistra recentemente apparso sulla scena, dedica un esplicito paragrafo a "una nuova questione meridionale" dove c'è la denuncia di rovinose tendenze in atto nel Mezzogiorno (il Sud ridotto a una mega discarica e una mega centrale elettrica per l'intero paese; gli appetiti speculativi di imprenditori nostrani e di grandi multinazionali) e si rivendica un modello alternativo di produzioni qualificate con la congiunta valorizzazione al Sud di bellezza, storia, città da sempre crocevia di popoli e culture.
Se questo è in estrema sintesi il panorama dei programmi che partiti e movimenti di sinistra hanno diffuso, quali iniziative hanno assunto sul terreno, calandosi nella società meridionale? Purtroppo la risposta è: nessuna iniziativa di rilievo.
Sulla cosiddetta legislazione concorrente, cioè sulle materie che vedono le autonomie locali compartecipi nel legiferare con il governo nazionale, la scena è stata occupata finora dalla Lombardia e dal Veneto che il 22 ottobre dell'anno scorso hanno organizzato e portato al successo un referendum consultivo col quale si rivendicava maggiore autonomia alle Regioni. L'Emilia Romagna si è inserita in questa scia con una delibera approvata dall'assemblea regionale. E in seguito anche il Piemonte e la Campania hanno aderito all'iniziativa.
Queste Regioni hanno stipulato col governo Gentiloni un accordo preliminare il 28 febbraio scorso su quattro grandi temi (politiche del lavoro, istruzione, salute e tutela dell'ambiente), accordo che dovrebbe portare ad una legge dello Stato. Fino all'approvazione di questa legge da parte del rinnovato Parlamento, non si potrà parlare di una nuova collaborazione tra lo Stato e le autonomie locali, di rinnovato federalismo fiscale, di maggiore autonomia impositiva.
Alla vigilia delle elezioni di Camera e Senato il fronte dei partiti e movimenti della sinistra non risulta aver dato vita a posizioni comuni, a un dialogo intenso, territorialmente diffuso tra i cittadini del Mezzogiorno. Il caso più vistoso di fiacca, incerta presenza è stato quello della sinistra in Puglia dove le divisioni tra il governo Gentiloni da un lato e la Regione pugliese e il Comune di Taranto dall'altro, sono state evidenti sull'Italsider, il suo futuro, la politica ambientale.
Le prospettive dell'economia e della società del Mezzogiorno saranno tanto più solide quanto più forti risulteranno a elezioni avvenute le forze politiche ancorate ad una cultura riformista, animate da persone competenti, sobrie, rispettose di compagni, alleati e pure degli avversari.
Mariano D'Antonio, economista
