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La Campania e la “questione meridionale”

Scritto da Massimo Calise Il . Inserito in Succede a Napoli

CALISE

L’articolo di Nadia Urbinati “Il senso del Sud per la sinistra” (“La Repubblica” del 23-3-2018) ha più elementi di interesse. L’autrice sollecita la sinistra a trasformare la disfatta elettorale in un’opportunità ripartendo dall’analisi dei propri errori.
Fra quest’ultimi richiama la dimenticata “questione meridionale” con il mezzogiorno considerato “una palla al piede” e fonte di “piagnistei”. Devo ammettere che ritrovare la locuzione “questione meridionale” mi ha procurato un temporaneo sollievo subito fugato dalla consapevolezza dello storico divario, di una classe dirigente carente e di uno spirito civico latitante.

Tuttavia ho cercato di rendere concrete le mie riflessioni e le ho, geograficamente, limitate alla nostra Regione Campania governata dalla sinistra, in particolare dal Partito democratico.

In Campania va tutto bene? Dobbiamo qui fare qualche riflessione, qualche autocritica?

Credo di si. È utile partire con una premessa.

In un saggio (“Perché le nazioni falliscono” di Acemoglu e Robinson) gli autori spiegano lo sviluppo differente di comunità che vivono in condizioni simili con la diversa gestione delle istituzioni che classificano come inclusive o estrattive. Le prime consentono ad ampie fasce di popolazione di accedere alla ricchezza e al potere mentre le seconde servono a élites ristrette per accaparrarsele. La tesi è stata ripresa e applicata alla realtà meridionale anche da Emanuele Felice in un suo noto saggio. In poche parole si cerca di spiegare come istituzioni simili e distanti pochi chilometri hanno prestazioni molto diverse; non occorre grande immaginazione per osservare come la teoria sia applicabile alla nostra realtà. Dobbiamo porci alcune domande.

È possibile che istituzioni locali si strutturino per fornire maggiori servizi e strutture più efficienti alle imprese, ai cittadini e alle famiglie? È possibile fare ciò senza attendere, con mano tesa, gli interventi di Roma o Bruxelles(peraltro spesso mal utilizzati)?

Non solo è possibile farlo ma è stato fatto! I Comuni possono stimolare l’economia locale e creare nuova occupazione creando e ampliando i servizi erogati. È possibile garantire maggior benessere ai propri cittadini, una migliore vivibilità.

Mi riferisco, esempio concreto, all’istituto della “Fusione dei Comuni” che consiste nell’accorpamento di più Comuni preesistenti per istituire un Comune Unico; essa è prevista dall’articolo 15 del Decreto Legislativo 267/2000 “Testo unico delle leggi sull'ordinamento degli enti locali” ed è ulteriormente regolamentata da leggi successive. La normativa prevede, per i Comuni Unici nati dalle fusioni, finanziamenti statali decennali aggiuntivi ed altre agevolazioni come, ad esempio, deroghe al Patto di stabilità.

Nella Fusione dei Comuni molti politici ed amministratori hanno visto la possibilità di affrontare positivamente la crisi generale e la crescente difficoltà degli enti locali; hanno aderito al semplice principio di buon senso “l’unione fa la forza”. Gli attori principale della fusione sono i cittadini, chiamati ad approvarla con un referendum, i Comuni e la Regione interessate.

Il numero dei Comuni italiani sta diminuendo per effetto delle fusioni; un processo che, oltretutto, semplifica e rende più efficiente l’intero sistema statale.

La fusione dei comuni è un cambiamento strutturale, duraturo, fattibile, concreto, finanziato e sperimentato. Sono 180 i Comuni che, solo nel quadriennio 2014-2017, si sono fusi per formare 74 Comuni Unici.

E in Campania? Nessuno! Solo nel 2013 è stato creato il Comune unico: Montoro (AV); frutto della fusione di Montoro Superiore e Inferiore; un caso isolato che fa risaltare l’inerzia altrui.

La Campania conta 550 Comuni, la maggior parte (80% circa) ha meno di diecimila abitanti. È intuitivo che con la fusione si avrebbero Comuni più robusti a vantaggio dei cittadini, una

struttura regionale più snella, efficiente ed economica con vantaggio anche delle popolazioni non direttamente interessate dalle fusioni.

Molte Regioni hanno stimolato le fusioni con politiche attive tese a stimolarle e facilitarle, anche erogando finanziamenti che si vanno ad aggiungere a quelli statali. Lo hanno fatto nel quadriennio considerato, ad esempio, la Toscana (11 fusioni), l’Emilia-Romagna (9), le Marche(6), … .

La Regione Campania sulla Fusione dei Comuni è assente; ciò sottrae ai territori una opportunità concreta e rappresenta la “cartina al tornasole” che dimostra l’esistenza di un atteggiamento restio ai cambiamenti visto, da molti politici, come potenzialmente lesivo del potere detenuto.

È significativo che questa opportunità sia stata colta quasi esclusivamente nel Centro-nord del Paese e, paradossalmente, trascurata da chi più ne avrebbe bisogno. Si tratta di un ulteriore segnale che la questione meridionale è negletta ma, ahinoi, viva. Se tali iniziative in Campania non sono discusse ed attuate non può essere frutto di una distrazione. È soprattutto la qualità della classe politica campana che, pur in un panorama nazionale non esaltante, riesce a distinguersi per la sua colpevole inadeguatezza.

L’appello alla riflessione e al cambiamento che la Urbinati rivolge alla sinistra italiana sia raccolto anche in Campania dove la sinistra governa. Ridurre il divario con le altre Regioni italiane più prospere è possibile ma occorre discontinuità; garantire ai cittadini campani una migliore vivibilità è anche un modo per evitare ulteriori future sconfitte elettorali.