I vestiti dell'Alta Società napoletana negli anni '50 del XIX Secolo (seconda parte)

La moda per gli uomini non si può dire che aveva fatto radicali mutazioni. A Napoli gli eleganti di professione avevano sempre vestito bene, conciliando la grazia francese con la proprietà del gusto inglese.
Il desiderio del vestir bene resentava a Napoli qualche volta la frenesia; un numero piuttosto considerevole di giovani non dava alla propria esistenza che lo scopo del vestir bene e i sarti facevano guadagni profumati. Dopo la guerra di Crimea andarono di moda, per l'inverno, il raglan (da nome e celebrità di Lord Raglan morto in quel conflitto) e il talmà, una specie di mantella abbottonata in avanti. Era chic portare il raglan, il talmà o la chemise corta, in guisa da far uscire, di sotto, le punte della marsina.
E questa si portava piuttosto chiusa, con duplice bottoniera e senza mostre di seta; il gilet, non molto aperto, lasciava vedere i caratteristici chabots o camicie a pieghe sottilissime, accuratamente amidate. Colletti alti, molto alti, con pizzi sporgenti in avanti, e cravatte piuttosto larghe, dette rabats, fermate da spilli di corallo o di perle di malachita.
Il corallo rosa era molto elegante. Se i pantaloni variavano di larghezza, nell'alto o nel basso, viceversa il tait, lo storico tait napoletano, non variava di taglio: soltanto variò il modo di abbottonarlo. Era pure molto adoperato il soprabito o soprabitino a due petti, molto chiuso sul davanti. L'antipatico kraus non andò di moda che dopo il 1860. Il tait era abito di rito nelle passeggiate alla Villa e nelle rappresentazioni ai Fiorentini. Non vi era esempio che nei teatri principali comparisse spettatore in giacca e senza guanti. Proibiti dalla polizia i cappelli a cencio, erano più frequenti quelli a cilindro, lunghi e dalle falde strette.
Per saperne di più:
I vestiti dell'Alta Società napoletana negli anni '50 del XIX Secolo (prima parte)
