La fredda accoglienza di Berlino

Come ogni buon nevrotico sono andato a Berlino in autunno, sotto un cielo di ghiaccio, tra palazzi dalle infinite tonalità di grigio, a visitare monumenti dal 1880 in poi, senza uscire mai di notte, nella pur ricca vita bohemien, proprio per evitare di trovare marito!
Si è rivelata invece una città accogliente, piena di vita e turisti legati spesso ad altrettanto improprie gite scolastiche o alla ricerca di parenti ed amici confinati in Germania per l’Erasmus universitario o per lavori precari, come la mia sfortunata Manuela, inciampata come sempre in storie personali tragiche ed occasioni perdute.
Berlino è sempre stata la città dell’accoglienza, fin dalle lontane epoche prussiane, quando arrivarono dalla Francia i protestanti Ugonotti, dalla Russa i transfughi del socialismo reale, tanto slavi ortodossi quanto ebrei da sette generazioni, dalla Turchia i musulmani e dall’Italia gli omosessuali in fuga dal moralismo cattolico.
I vari Reich eressero barriere religiose contro la confusione che si andava creando, permettendo i liberi culti e le pratiche naturali delle diverse forme d’esistenza, offrendo spazi per i commerci e quartieri dove lavorare, sfruttando è vero il lavoro degli operai e dei contadini, ma non diversamente da quello dei propri connazionali di ogni singola epoca, cercando di espandere la propria civiltà in termini militari fino alla fondazione della Germania nazionalista e della Prima Guerra Mondiale.
Sono gli anni venti-trenta quelli ricordati con maggiore orgoglio da tutti i berlinesi meno giovani, che comunque non li hanno mai vissuti, ricordati come l’epoca d’oro dell’architettura liberty in salsa neogotica e neoromantica, delle libertà religiose ed individuali, dell’emancipazione tanto femminile quanto omosessuale, delle conquiste sociali del popolo e dei lavoratori, dello sviluppo immenso della cultura e della nascita di autori e scienziati in tutti i campi, ancora fondamentali per la cultura occidentale.
Poi ci furono le due crisi, i due abissi, i due incubi planetari: uno voluto fortemente dalla maggioranza dei tedeschi, l’altro subito involontariamente dalla maggioranza dei Berlineers.
Il Terzo Reich, con le sue braccia perverse e le sue tecniche di controllo sociali, con il sostegno perfino di omosessuali come Rhom e Krupp, questi solo fino alla notte dei lunghi coltelli, distrusse progressivamente ed inesorabilmente ogni forma di accoglienza e di cultura in nome di ideali razzisti, la cui assenza di fondamento logico era già nota dall’epoca dei primi studi di genetica di Mendel.
La città era già rasa al suolo prima ancora che intervenissero le bombe dei russi o degli americani, condannata in due sole generazioni allo sviluppo di patologie genetiche recessive nel 90% della popolazione, proprio perché presuntuosamente ariana.
La DDR o meglio la GDR, con le sue braccia automatiche e le sue tecniche di controllo sociale, con il sostegno perfino di centomila berlinesi che lavoravano per la Stasi, soprattutto dopo la costruzione nel 1961 del “muro” che la trasformava in un doppio ghetto, in una doppia prigione, distrusse progressivamente ed inesorabilmente ogni forma di accoglienza in nome di un confine artificiale, la cui assenza di fondamento logico era dovuta alla distanza ormai epocale dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, la cui presenza avrebbe invece prodotto continue crisi internazionali e fatto rischiare spesso l’abuso dell’atomica in Europa.
La città era stata velocemente ricostruita già dagli anni cinquanta, con perizia fotografica soprattutto nel lato sovietico, in un primo momento, e con opposto cattivo gusto architettonico tanto dei russi quanto degli americani, condannata ad avere due zone isolate, una piena di immensi casermoni squadrati, l’altra annegata nel neon e nell’alluminio più volgari.
Furono paradossalmente le Chiese protestanti i luoghi dove nacque la protesta pacifica, ancorché gremite di atei, squatter, ebrei, migranti ed anticlericali, a fare sciogliere il nodo degli eventi nel 1989, senza colpo ferire, come se per magia ogni tragedia e confine interno non fossero mai esistiti.
Sono però rimasto scioccato di quanto velocemente gli spazi vuoti del lungo confine, incluso Postdammer Platz e la Porta di Brandeburgo, che avevo visitato nel ’93 inseguendo il sogno ormai obsoleto di Wim Wenders, siano stati soffocati da immensi palazzi moderni, generalmente orribili, ancorché necessari per riposizionare il centro della nuova capitale europea, mentre la popolazione è tornata ad essere necessariamente “la più accogliente”, almeno finché i palazzinari e perfino gli artisti modern,i che commemorano ogni singolo momento delle due lunghe tragedie, non avranno coperto di cemento ogni centimetro quadrato disponibile.
A mio avviso ed anche di un famoso tedesco del 1880, dopo la ricostruzione post-bellica, che garantisce apparente ricchezza mentre il resto del mondo è in difficoltà, ci sarà una nuova crisi economica feroce, dalla quale solo la solidarietà europea, proprio quella che oggi la Merckel ci nega, risolleverà tutte le nuove potenziali vittime.
