Bali: un’isola dalla cultura antica – seconda parte

Nei secoli passati, Bali, era divisa in diversi regni, spesso e volentieri in guerra fra loro, ma uniti dalla particolare religione che abbiamo visto nella prima parte: l’induismo balinese. Un’ altra cosa che accomuna il popolo di questa isola affascinante, è l’arte.
Tuttora, interamente unificata, fa parte della repubblica dell’Indonesia, sin dai tempi dell’indipendenza, resta un tratto dominante della cultura locale. Impossibile recarsi a Bali, e non restare colpiti dagli splendidi batik, o dagli intarsi in legno ed in pietra, onnipresenti, anche nell’arredamento di alberghi e ristoranti.

Forte impulso all’arte ed all’artigianato, lo dette l’impero Majapahit, che qui fondò una colonia nel 1343, ma ancora più antiche sono le origini dell’influenza giavanese nella cultura e nell’architettura di Bali, e vanno fatte risalire alla dinastia Saliendra, che costruì il tempio di Borobudur, da cui questa è chiaramente ispirata.

Sculture erotiche in pietra, raffiguranti esseri dalle sembianze di scimmie e rane, nelle varie posizioni della copula, in pieno accordo con il kamasutra, si confondono nello stesso stile, di provenienza Induista e Buddista, esattamente come a Borobudur. Per questo motivo, spesso nei templi, è vietato l’ingresso ai minori.

Entrare in un museo, può dare l’impressione, e non è del tutto errata, che qui l’arte, nei secoli, non sia altro che la ripetizione, ossessiva e quasi monotona, degli stessi soggetti, che si trasforma quindi, in puro esercizio stilistico. L’abilità manuale degli artigiani è, dunque, la naturale conseguenza di questa cultura, dove l’artigianato, portato all’estremo livello di perfezione, diventa arte.

La bellezza dell’artigianato balinese in particolare, ma generalmente tutto quello indonesiano, ha fatto si che l’isola diventasse, fin dagli anni ’70, meta di commercianti di mobili e di antiquariato. E di abbigliamento, in un secondo momento, sfruttando la mano d’opera a basso costo, ed i magnifici tessuti di produzione locale.

Bali, in particolare, grazie al fatto che era già pronta a ricevere stranieri, meno rigida con il suo induismo, del resto dell’arcipelago di fede musulmana, è diventata presto, il punto di raccolta di un’industria mobiliera, che in gran parte ha le sue fabbriche a Giava, e di oggettistica o di sarong, il nostro pareo, in altre isole, ma i prodotti vengono tutti concentrati sull’isola.

Qui mercanti locali, ma anche stranieri, primi fra tutti cinesi, ma anche Francesi o Italiani, provvedono alla vendita per l’esportazione. Bali si è riempita, quindi, di spedizionieri, che sono abilitati a spedire merce ovunque, ma il motivo principale per cui questo commercio si è sviluppato in questo posto, e non altrove, non risiede solo nella capacità di accoglienza dell’isola, ma soprattutto al fatto che l’artigianato, qui, raggiunge un livello eccelso.

Voglio citare un paese in particolare, Tampak Siring, situato nell’entroterra di Bali, un tranquillo paesino di pochi abitanti, dove il primo presidente dell’Indonesia indipendente, Sukarno, possedeva una tenuta con tanto di parco, così vasto, da essere popolato da cervi e alci. Gli abitanti, valenti artigiani, come dicevamo, oltre che contadini ed allevatori, hanno cominciato a lavorare il corno di cervo, ed in poco tempo, sono diventati così abili, che dai paesi Scandinavi e dagli Stati Uniti, si importano zanne di tricheco ed altro avorio “povero”, per farlo lavorare localmente, e riesportare il prodotto finito.
Un’isola felice, e relativamente ricca, fino agli attentati del 2002, poi sono cambiati gli equilibri. Ma questa, è un’altra storia.
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