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Napoli ha mille colori

Scritto da Manlio Converti Il . Inserito in Napoli IN & OUT

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Il detto “Napul’e mille culure” proviene da un effetto cromatico reale, ormai impossibile per l’uso degli acrilici più impermeabili, che ogni anno si riproduceva sui palazzi, dipinti per moda ogni anno in primavera di un colore diverso e poi lavati dalle piogge autunnali. Ogni parete rivelava per tutto l’inverno i mille colori delle stagioni precedenti, arricchendo la città di un incredibile effetto romantico.



Il film Passione di J. Turturro o la puntata di Sky Arte tematica sui murales a Napoli ci insegnano oggi con i loro fondali, spesso sconosciuti delle nostra mura oppresse dalle firme di writers improvvisati e cafoni, che Napoli ha ancora mille colori, che diventano belli e romantici quando cantati ed esaltati dagli artisti o dalla televisione. Gli ariani esteti alla Winkelmann, che falsificò l’immaginario collettivo di millenni consegnandoci una grecità ed una romanità di marmi bianchi invece che policromi e malamente dipinti a mano, ci impone uno sguardo razzista verso queste espressioni giovanili e colorate, anche quando magniloquenti ed originali come quelle già meglio riconosciute di Cyop & Kaf o di Diego Miedo.

Napoli oggi ha però anche sugli autobus e nelle strade mille colori, anche se i rappresentanti politici e televisivi sono sempre tutte Vespe bianche, cattoliche ed eterosessuali. Sono le sette diverse genie che ci raggiungono in sette modi diversi, integrandosi perfettamente nel caos di una città che di colori ne ha sempre avuti mille.

Ci sono i Cinesi e popoli affini, che arrivano nascosti dalla propria mafia dentro cassoni per le merci, cadaveri viventi, che si tramandano il nome e che restano sepolti tra le mura di sotterranei opifici in tutto il nostro territorio. Ne vediamo qualcuno nei ristoranti giapponesi (mitologica trasformazione per seguire la moda) ma non siamo sicuri che siano gli stessi che c’erano tre mesi o un anno prima, né che ci saranno ancora, né quale sorte subiranno loro e le proprie famiglie, ma sappiamo che vengono tutti dalla stessa regione della vasta Cina e che siamo ignorati dal resto del loro universo.

Ci sono gli africani divisi in neri e arabi, generalmente maschi, in modo superficiale e grossolano, spesso musulmani, sicuramente alieni alla nostra incivile Italia bigotta e razzista, che arrivano con le carrette del mare e che hanno nutrito i tonni e gli squali del mediterraneo o macerato al sole del deserto le loro carni prima di mettere piede nei LAGER che chiamiamo CIE e che ancora non raggiungono quegli orrori nazisti, ma ci stiamo attrezzando. Sono i più negletti schiavi che ci garantiscono i pomodori e le mozzarelle sulla pizza tradizionale. La manodopera della camorra, anche di quella commerciale, che in modo ambivalente amiamo e disprezziamo quando ci invade le strade dello shopping con i falsi d’autore o con le cineserie moderne.

Ci sono gli slavi, bulgare, polacche ed ucraine, meditate al femminile rigorosamente, in massa allontanate da mariti ubriachi, spesso con titoli di studio elevati, che vengono come badanti o cameriere nelle nostre case, perfino a trovare l’amore con arzilli vedovi e divorziandi cafoni. Loro sono spesso giunte in Italia comodamente con gli autobus, organizzati anche direttamente dal Vaticano, mai passate per la tortura dei CIE, pur essendo evidente la loro diversità culturale e fisica, garantiei dall’omologazione religiosa tra ortodossi e cattolici, per la benevolenza calcolata del Papa polacco.

Ci sono i Rom, figli di nessuno, anche se cittadini europei, o gli albanesi e i romeni di sesso maschile, che lavorano alacremente nella raccolta differenziata di metalli onestamente giocando nei nostri cassonetti, pietendo monete ad ogni età della vita o rubandole su commissione della nostra camorra, inseguendo la propria tradizione di artigiani e fabbri un tempo rinomati.

Ci sono i sudamericani, oggi più benvoluti, finché un Papa veramente nero non garantirà anche gli altri, che danzano e cantano nelle feste cafone dell’hinterland.

Ci sono le schiave del sesso, di ogni nazionalità, generalmente donne, ma anche transessuali ed omosessuali maschi, questi più autonomi dai circuiti della tratta, che soddisfano i nostri desideri repressi, garantendo la verginità delle nostre mogli, fidanzate e figlie, e colorando le fantasie erotiche dei maschi eterosessuali cattolici che poi votano a destra o i rappresentanti omofobi e bigotti del PD.

Ci sono i Cingalesi, da non confondere con i bengalesi o gli indiani, che viaggiano via mare provenendo da Est o con gli scarichi merci dei cinesi, ma che poi ricevono una garanzia sociale maggiore, dichiarandosi tutti della minoranza cattolica del loro Paese, pur mantenendo evidenti tradizioni buddiste o induiste, da noi avvertite come meno aliene, grazie al profondo travisamento che ne fanno i vegani e i buddisti radical-chic nostrani.

Ci sono molti altri modi ovviamente, anche meno complessi, ma che vengono comunque ignorati dai media, che si soffermano solo sui criminali o i detenuti, sul colore del ministro Kyenge, invece che sull’inutilità del suo operato in un teatro politico in cui è solo ALIBI del Partito Democratico, incapace di trovare una soluzione umana che superi i confini italici e che si apra veramente al Mediterraneo.
Eppure i mille colori di Napoli sono già così, indifferentemente, la nostra incredibile ricchezza: dobbiamo solamente imparare ad apprezzarli ed a dipingere con questi una Napoli migliore che superi i confini italici e che si apra veramente al Mediterraneo.