Autonomia differenziata: dopo la Corte, tocca di nuovo alla politica
Autonomia differenziata: dopo la Corte, tocca di nuovo alla politica
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di Luca Orlando
C’è un concetto che da sempre fa da bussola nella legittima difesa: la proporzione. È il principio che impone di rispondere all’offesa con un’azione che sia contenuta, adeguata, bilanciata. Né troppo poco — altrimenti si resta vittime — né troppo — altrimenti si diventa aggressori. Ma può davvero un algoritmo misurare la proporzione? Può distinguere tra una reazione necessaria e un gesto eccessivo?
In teoria, la risposta potrebbe essere sì. Un sistema intelligente, addestrato con migliaia di dati, potrebbe riconoscere le situazioni, quantificare la minaccia, pesare il danno subito e quello inflitto. Potrebbe calcolare angoli, tempi di reazione, velocità degli spostamenti. Ma il problema è proprio qui: la proporzione non è solo numeri. È contesto, emozione, percezione. E queste, per ora, restano fuori dalla portata dell’algoritmo.
Pensiamo a un caso concreto. Una persona reagisce a un’aggressione con un’arma da fuoco. L’aggressore è disarmato. I dati direbbero: sproporzione. Ma se quella persona ha subito altre aggressioni in passato? Se vive da sola e ha subito minacce? Se, in quel momento, ha realmente temuto per la propria vita? La macchina queste sfumature non le vede.
Eppure, nel mondo della giustizia, si sta diffondendo l’idea che anche la proporzione possa essere calcolata. In alcuni contesti sperimentali, si stanno sviluppando software che analizzano immagini, audio, testi, per suggerire valutazioni. Alcuni affermano che, un giorno, sarà possibile avere uno strumento in grado di dire, con margine di precisione, se una reazione rientra nei limiti della legge.
Ma davvero vogliamo affidarci a un indice statistico per stabilire se qualcuno ha agito per difendersi o per vendicarsi? Davvero possiamo ridurre l’umanità a un calcolo di corrispondenze?
La verità è che la proporzione è un concetto elastico, fortemente soggettivo. Quello che per un esperto di arti marziali è una minaccia contenibile, per una persona anziana può essere un pericolo estremo. La stessa aggressione, in mani diverse, ha pesi diversi. E il diritto deve saperlo, deve tenerne conto, deve trattare il concetto di proporzione non come un’equazione, ma come una relazione tra individui, tra corpi, tra storie.
In un’aula di tribunale, valutare la proporzione significa entrare nel vissuto, quindi capire non solo cosa è accaduto, ma come è stato vissuto da chi ha reagito. Un algoritmo può aiutare a raccogliere informazioni, ma non può intuire, non può avere empatia e, soprattutto, non può fare la cosa più difficile: mettersi nei panni dell’altro.
L’illusione di oggettività assoluta rischia, nel caso della legittima difesa, di diventare disumanizzazione, perché se la giustizia perde il senso della misura — quella vera, fatta di emozioni, di paure, di limiti — non è più giustizia ma è automatismo.
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