Questione di post-o. Perché smettere di condividere sempre tutto se fai politica.
Questione di post-o.
Perché smettere di condividere sempre tutto se fai politica.
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Gukesh Dommaraju è il campione del mondo di scacchi più giovane di sempre

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Età dell’oro per l’America o isolamento? L’Europa e l’Italia rispondano.
Età dell’oro per l’America o isolamento? L’Europa e l’Italia rispondano.
di Roberta Baiano e Leonardo Impegno
Qualche giorno fa si è tenuto il discorso di insediamento di Donald Trump in occasione dell’inaugurazione del suo secondo mandato.
Parole che hanno tentato di dipingere un futuro luminoso per gli Stati Uniti ma che, al contrario, sono apparse cariche di retorica, ambizione, sollevando interrogativi profondi sul futuro equilibrio globale e sulla sempre più urgente necessità di un’Europa unita e proattiva, capace di muoversi in direzione – se necessario – opposta.
Il mantra dell’”America First”, già dominante nel suo primo mandato, non è altro che la riproposizione di politiche isolazioniste, tese a chiudere i confini e a innalzare barriere economiche e culturali tra le nazioni.
La promessa di porre fine a un fantomatico declino dell’America e di difendere il Paese da minacce e invasioni, non è solo una preoccupante dichiarazione di intenti di chi vede solo nemici intorno a sé, ma una visione del mondo che ignora volutamente la delicata complessità delle interconnessioni globali.
Dichiarazioni come “ogni singolo giorno dell’amministrazione metterò l’America al primo posto” o come “inizieremo il completo ripristino dell’America” non fanno altro che lanciare un messaggio che non lascia spazio all’idea di un dialogo internazionale.
La revoca degli impegni relativi al Green New Deal conferma una chiara direzione verso il protezionismo e il negazionismo di una crisi ambientale e climatica, una problematica globale che oggettivamente esiste e che minaccia non solo questa generazione, ma anche tutte quelle a venire.
L’attacco diretto ai diritti delle persone LGBTQ+, le pericolose dichiarazioni sulla difesa dei confini dagli “ingressi illegali provenienti da ogni parte del mondo” e la reintegrazione di chi si è opposto e si oppone al vaccino contro il COVID poi, contribuiscono – e non poco – a consolidare una narrativa divisiva, basata sull’ignoranza, sulla paura e sulla diffidenza.
Una narrativa che non rispetta la dignità dell’individuo e alza muri e alimenta la crescita delle disuguaglianze.
Mentre, da una parte, l’America sembra decisa a ritirarsi da un approccio multilaterale e a perseguire al contrario politiche unilaterali, è chiaro che dall’altra parte per l’Europa si apre una sfida cruciale: l’obbligo di colmare il vuoto.
Mai come oggi, l’Unione Europea deve affermarsi come leader globale, promuovendo la cooperazione, la sostenibilità, i diritti umani.
Alla luce delle parole dell’ancora-per-poco “Presidente del mondo libero”, è cruciale che i leader europei, inclusa la nostra Premier – unica rappresentante europea ad aver partecipato a questo momento controverso – difendano con forza e convinzione gli interessi dell’Europa, evitando di piegarsi a prescindere a un’agenda americana che, invece, punta a indebolire l’Unione.
Gli interessi italiani coincidono con quelli europei e devono continuare a farlo, non ci si può certamente permettere di abdicare al nostro ruolo di Paese FONDATORE dell’Unione.
L’Europa deve cogliere questa occasione per dimostrare che un altro modello è possibile: un progetto autonomo e coraggioso, chiaro e ambizioso, forte e unito, coeso e cooperativo, inclusivo e sostenibile.
Mentre l’America spaventata si ritira dietro muri, barriere e la promessa di più denaro – come spesso ha fatto anche in passato – l’Europa speranzosa deve costruire, invece, ponti e diventare il punto di riferimento di tutti coloro che credono ancora in un futuro condiviso, stabile e prospero.
L’età dell’oro americana può trasformarsi in un’epoca di isolamento per tutti, che rischia di destabilizzare ulteriormente un mondo già pesantemente segnato da tensioni geopolitiche, mentre l’età dell’Europa ha l’opportunità di essere quella della responsabilità e del rispetto globale.
Una responsabilità che non possiamo permetterci di ignorare.
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La legittima difesa. Algoritmi e diritto: può una macchina valutare la proporzione?
di Luca Orlando
C’è un concetto che da sempre fa da bussola nella legittima difesa: la proporzione. È il principio che impone di rispondere all’offesa con un’azione che sia contenuta, adeguata, bilanciata. Né troppo poco — altrimenti si resta vittime — né troppo — altrimenti si diventa aggressori. Ma può davvero un algoritmo misurare la proporzione? Può distinguere tra una reazione necessaria e un gesto eccessivo?
In teoria, la risposta potrebbe essere sì. Un sistema intelligente, addestrato con migliaia di dati, potrebbe riconoscere le situazioni, quantificare la minaccia, pesare il danno subito e quello inflitto. Potrebbe calcolare angoli, tempi di reazione, velocità degli spostamenti. Ma il problema è proprio qui: la proporzione non è solo numeri. È contesto, emozione, percezione. E queste, per ora, restano fuori dalla portata dell’algoritmo.
Pensiamo a un caso concreto. Una persona reagisce a un’aggressione con un’arma da fuoco. L’aggressore è disarmato. I dati direbbero: sproporzione. Ma se quella persona ha subito altre aggressioni in passato? Se vive da sola e ha subito minacce? Se, in quel momento, ha realmente temuto per la propria vita? La macchina queste sfumature non le vede.
Eppure, nel mondo della giustizia, si sta diffondendo l’idea che anche la proporzione possa essere calcolata. In alcuni contesti sperimentali, si stanno sviluppando software che analizzano immagini, audio, testi, per suggerire valutazioni. Alcuni affermano che, un giorno, sarà possibile avere uno strumento in grado di dire, con margine di precisione, se una reazione rientra nei limiti della legge.
Ma davvero vogliamo affidarci a un indice statistico per stabilire se qualcuno ha agito per difendersi o per vendicarsi? Davvero possiamo ridurre l’umanità a un calcolo di corrispondenze?
La verità è che la proporzione è un concetto elastico, fortemente soggettivo. Quello che per un esperto di arti marziali è una minaccia contenibile, per una persona anziana può essere un pericolo estremo. La stessa aggressione, in mani diverse, ha pesi diversi. E il diritto deve saperlo, deve tenerne conto, deve trattare il concetto di proporzione non come un’equazione, ma come una relazione tra individui, tra corpi, tra storie.
In un’aula di tribunale, valutare la proporzione significa entrare nel vissuto, quindi capire non solo cosa è accaduto, ma come è stato vissuto da chi ha reagito. Un algoritmo può aiutare a raccogliere informazioni, ma non può intuire, non può avere empatia e, soprattutto, non può fare la cosa più difficile: mettersi nei panni dell’altro.
L’illusione di oggettività assoluta rischia, nel caso della legittima difesa, di diventare disumanizzazione, perché se la giustizia perde il senso della misura — quella vera, fatta di emozioni, di paure, di limiti — non è più giustizia ma è automatismo.
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