La legittima difesa (10). Giustizia o processo alle intenzioni? Il calvario giudiziario di chi si difende

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La legittima difesa (10). Giustizia o processo alle intenzioni? Il calvario giudiziario di chi si difende

di Luca Orlando

 

Difendersi è un diritto, dice la legge. 

Ma una volta che ci si è difesi da un pericolo imminente, bisogna anche difendersi dal processo. 

È una contraddizione solo apparente, perché in Italia — e non solo — ogni reazione violenta, anche quella nata per proteggere la propria vita, viene comunque sottoposta al vaglio della magistratura

 

Una verifica necessaria, certo. 

Ma che può trasformarsi in un calvario umano e giudiziario per chi, già segnato da un’esperienza traumatica, si ritrova anche sotto accusa.

 

Chi ha reagito a un’aggressione non è automaticamente colpevole, naturalmente, ma nemmeno automaticamente innocente. 

È il giudice che dovrà stabilire se la sua azione è stata legittima, proporzionata, inevitabile. Ed è in quel momento che il processo si sposta dal fatto all’intenzione: “Voleva difendersi o voleva punire?”, “Era davvero in pericolo o ha colto la scusa per colpire?”, “Avrebbe potuto fare diversamente?”. 

 

A queste domande, nessuna legge può rispondere da sola. 

E così il giudizio diventa anche interpretazione di un’emozione, di un istante, di un impulso.

Il caso emblematico è quello in cui il pericolo non è più attuale. 

Se l’aggressore sta scappando, se non è armato, se non ha ancora agito, si entra in un’area grigia in cui la valutazione si fa delicata. 

Perché la legittima difesa non è concessa “a prescindere”, ma solo se si dimostra che il pericolo era reale, immediato, ineludibile. Un requisito tanto razionale sulla carta quanto difficile da rispettare nella realtà.

 

Molti di coloro che hanno reagito — colpendo, ferendo, a volte uccidendo — raccontano dopo di non aver avuto il tempo di pensare. 

Di aver agito per istinto, sotto shock. 

Eppure, in tribunale, si chiede loro di ricostruire ogni gesto, ogni parola, ogni dettaglio. 

Il processo diventa così un secondo trauma: rivivere il momento, giustificarlo, sostenerne la necessità.

 

Non si tratta solo di una questione di norme, ma anche di linguaggio. 

Spesso si sente dire che “chi si difende finisce per passare guai peggiori dell’aggressore”. Un’esagerazione? In parte sì, ma non del tutto infondata. 

Le spese legali, la lentezza dei procedimenti, l’esposizione mediatica, l’ansia per una possibile condanna: tutto questo pesa.

 

Eppure, fermare i processi in automatico — come qualcuno propone — sarebbe altrettanto pericoloso. 

Significherebbe accettare che qualsiasi gesto violento compiuto in nome della difesa sia sempre legittimo. 

Un lasciapassare che rischia di giustificare reazioni vendicative, e che contraddice la natura di uno Stato di diritto. 

La giustizia, per essere tale, deve valutare. E per valutare, deve indagare.

 

La soluzione non sta nell’abolire i processi, ma nel gestirli con attenzione e umanità. Riconoscere che chi ha subito un’aggressione è già, di per sé, una vittima. 

Offrirgli tutela legale, tempi rapidi, strumenti psicologici adeguati. 

Rispettare la sua paura, ma senza rinunciare al dovere di distinguere tra difesa e punizione.

Burnout: La miccia e la scintilla

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Burnout: La miccia e la scintilla

di Roberta Baiano

 

Il burnout non arriva all’improvviso. 

È una combustione lenta, che comincia quando lo sforzo quotidiano non trova più un ritorno. 

La frustrazione – quel muro invisibile tra ciò che si vuole e ciò che si ottiene – diventa l’innesco. 

  1. Berkowitz lo spiegava bene: la frustrazione genera rabbia, e la rabbia, se trattenuta, cerca sfogo. Così, lo stress accumulato nel tempo smette di essere un segnale d’allarme e diventa una condizione permanente.

 

Herbert Freudenberger, nel 1974, ha dato un nome a questo stato di esaurimento professionale: burnout. 

Una sindrome che oggi l’OMS definisce come conseguenza dello stress cronico sul lavoro, non gestito con successo. 

In altre parole, è ciò che resta quando la persona si svuota. L’energia cala, la motivazione evapora, il cinismo cresce come unica forma di difesa. Il corpo e la mente si ribellano, ma in silenzio.

 

I sintomi si confondono con la vita stessa: stanchezza costante, insonnia, irritabilità, dolori diffusi, perdita di interesse per tutto ciò che non sia sopravvivenza. 

Si diventa spettatori del proprio lavoro, incapaci di reagire. 

Le donne spesso sentono prima la frattura, perché vivono un maggior coinvolgimento emotivo. 

Gli uomini la negano più a lungo, finché crollano di colpo.

 

Il burnout non è solo la somma di stress e fatica. 

È il punto in cui la motivazione cede il passo alla rassegnazione, e il lavoro smette di essere identità per diventare minaccia. 

È una spirale che si avvita lentamente, dove l’individuo continua a correre anche quando non sa più perché. 

La miccia è accesa da tempo, ma la scintilla arriva solo quando si è già bruciato quasi tutto.

 

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La legittima difesa (10). Giustizia o processo alle intenzioni? Il calvario giudiziario di chi si difende

di Luca Orlando

 

Difendersi è un diritto, dice la legge. 

Ma una volta che ci si è difesi da un pericolo imminente, bisogna anche difendersi dal processo. 

È una contraddizione solo apparente, perché in Italia — e non solo — ogni reazione violenta, anche quella nata per proteggere la propria vita, viene comunque sottoposta al vaglio della magistratura

 

Una verifica necessaria, certo. 

Ma che può trasformarsi in un calvario umano e giudiziario per chi, già segnato da un’esperienza traumatica, si ritrova anche sotto accusa.

 

Chi ha reagito a un’aggressione non è automaticamente colpevole, naturalmente, ma nemmeno automaticamente innocente. 

È il giudice che dovrà stabilire se la sua azione è stata legittima, proporzionata, inevitabile. Ed è in quel momento che il processo si sposta dal fatto all’intenzione: “Voleva difendersi o voleva punire?”, “Era davvero in pericolo o ha colto la scusa per colpire?”, “Avrebbe potuto fare diversamente?”. 

 

A queste domande, nessuna legge può rispondere da sola. 

E così il giudizio diventa anche interpretazione di un’emozione, di un istante, di un impulso.

Il caso emblematico è quello in cui il pericolo non è più attuale. 

Se l’aggressore sta scappando, se non è armato, se non ha ancora agito, si entra in un’area grigia in cui la valutazione si fa delicata. 

Perché la legittima difesa non è concessa “a prescindere”, ma solo se si dimostra che il pericolo era reale, immediato, ineludibile. Un requisito tanto razionale sulla carta quanto difficile da rispettare nella realtà.

 

Molti di coloro che hanno reagito — colpendo, ferendo, a volte uccidendo — raccontano dopo di non aver avuto il tempo di pensare. 

Di aver agito per istinto, sotto shock. 

Eppure, in tribunale, si chiede loro di ricostruire ogni gesto, ogni parola, ogni dettaglio. 

Il processo diventa così un secondo trauma: rivivere il momento, giustificarlo, sostenerne la necessità.

 

Non si tratta solo di una questione di norme, ma anche di linguaggio. 

Spesso si sente dire che “chi si difende finisce per passare guai peggiori dell’aggressore”. Un’esagerazione? In parte sì, ma non del tutto infondata. 

Le spese legali, la lentezza dei procedimenti, l’esposizione mediatica, l’ansia per una possibile condanna: tutto questo pesa.

 

Eppure, fermare i processi in automatico — come qualcuno propone — sarebbe altrettanto pericoloso. 

Significherebbe accettare che qualsiasi gesto violento compiuto in nome della difesa sia sempre legittimo. 

Un lasciapassare che rischia di giustificare reazioni vendicative, e che contraddice la natura di uno Stato di diritto. 

La giustizia, per essere tale, deve valutare. E per valutare, deve indagare.

 

La soluzione non sta nell’abolire i processi, ma nel gestirli con attenzione e umanità. Riconoscere che chi ha subito un’aggressione è già, di per sé, una vittima. 

Offrirgli tutela legale, tempi rapidi, strumenti psicologici adeguati. 

Rispettare la sua paura, ma senza rinunciare al dovere di distinguere tra difesa e punizione.

MSN Messenger: cronaca di un trauma generazionale non riconosciuto

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FOTO:TECNOPOINT.SHOP

Di Roberta Baiano

 

Ci sono tutta una serie di motivi per cui noi millennials siamo come siamo. 

E uno di questi motivi è MSN Messenger. 

Sì, avete capito bene. 

Quel programmino azzurro con gli omini stilizzati che oggi pare una reliquia preistorica e che invece ha contribuito in modo decisivo alla nostra educazione sentimentale, digitale e ansiogena.

 

MSN non era solo una chat. 

Era il luogo dove scoprivi che sì, anche tua sorella maggiore di dieci anni più grande era in realtà un essere umano. 

Forse è stato il primo momento in cui io e lei ci siamo davvero rivolte la parola. 

Una tredicenne e una ventitreenne che trovavano finalmente un punto di contatto: l’arte di digitare frasi tragiche accanto al proprio nickname e lanciare trilli come se non ci fosse un domani.

 

Per chi non c’era, spieghiamolo bene: MSN Messenger era una piattaforma di messaggistica istantanea lanciata nel luglio del 1999, che ha vissuto la sua apoteosi nei primi anni 2000, quando è diventato Windows Live Messenger. 

Acquisito da Microsoft e poi fuso con Skype nel 2013, ha raccolto oltre 330 milioni di utenti al mese, prima di essere smontato pezzo per pezzo come una bancarella abusiva. 

Ma nel frattempo aveva già fatto i suoi danni.

 

Se la scritta “sta scrivendo” su WhatsApp oggi vi genera ansia, pensate a noi. 

Vent’anni fa quella scritta c’era già. 

E restava lì. 

Per minuti. 

Lunghi, snervanti minuti. 

Fissavi lo schermo come si fissa un forno aspettando che si scaldi. 

Poi: niente. Spariva. Il contatto andava offline. Il messaggio non arrivava mai. 

Fantasmi digitali che ancora oggi ci fanno controllare compulsivamente la doppia spunta blu. Non è paranoia, è PTSD da Messenger.

 

C’è un motivo se oggi accendiamo il PC alle due di notte per rispondere a una mail del lavoro con l’urgenza di chi sta disinnescando una bomba. 

È che su MSN, se non rispondevi in 30 secondi, ti beccavi dieci trilli uno dietro l’altro, illeggibili, assordanti, invasivi, devastanti. 

Nessuna app moderna è riuscita a replicare quel livello di terrorismo acustico. 

E nessuna funzione ha mai più avuto la stessa capacità di distruggere il tuo monitor, il tuo equilibrio emotivo e la tua dignità in una sola vibrazione epilettica.

 

Quel trillo, comunque, te lo meritavi anche solo per aver impiegato troppo tempo a scrivere. 

Il che ha generato, oggi, un’intera generazione che vive in funzione di “sta scrivendo…”. 

 

Così, quando lo vediamo comparire, calcoliamo i secondi. 

Se sparisce senza motivo, immaginiamo già l’arrivo di un messaggio di sei schermate. Oppure, più spesso, un nulla che ci costa 48 ore di overthinking.

 

E se vi turbano gli hater, i commenti cattivi sotto i post o nelle dirette, allora è proprio vero che non avete mai conosciuto Doretta. 

Un’intelligenza artificiale ante litteram, una specie di bisnonna di Siri o Alexa, che si limitava a rispondere con qualche frase standard, mentre quei poveri quattordicenni distrutti dalla vita, laprendevano di mira scrivendole le peggiori cattiverie immaginabili. 

 

Nessuna IA è mai stata trattata peggio. 

E lei niente, zitta, incassava. 

Una vera martire digitale. 

Spero che ChatGPT sappia cosa sua nonna ha dovuto passare.

 

Ancora: voi, nuove generazioni, con i vostri post minimal, le vostre grafiche pulite, i profili ordinati color crema, si vede che non avete mai avuto la possibilità di esprimervi sullo “space” di MSN. 

Luoghi psichedelici, blog emozionali in cui regnava l’estetica emo-glitterata. 

Nero, fucsia, azzurro elettrico, immagini animate, scritte glitter e pupazzetti con gli occhi grandi che piangevano sangue.

 

Insomma, Messenger non era solo un’app. 

Era la nostra vita online, quando la vita online era ancora una cosa da fare di nascosto, dopo i compiti, prima che i genitori dicessero basta. 

Era la zona franca tra la scuola e il letto. 

E ci siamo passati tutti: a mandare link, a scambiarci i compiti, a flirtare male, a soffrire peggio. 

Tutto rigorosamente gratis, quando ogni SMS di massimo 50 caratteri costava al mese quasi quanto un monolocale a Roma.

 

Poi è arrivato Facebook, WhatsApp, l’algoritmo, l’iperconnessione e tutto è cambiato. 

MSN è stato lentamente inglobato, sostituito, dimenticato. 

O quasi. 

Perché, ve lo garantisco, chi l’ha vissuto non l’ha mai davvero lasciato andare.

 

Questo articolo l’ho scritto per noi millennials. 

Per ricordarci chi siamo. 

Per darci la forza di affrontare il futuro anche in momenti di disperazione. 

Perché, se abbiamo superato le umiliazioni su MSN, i trilli, le sparizioni, le scritte “sta scrivendo” infinite, Doretta e l’estetica emo-glitterata, allora sì che possiamo superare tutto.

 

 Anche la prossima mail di lavoro su Outlook alle 1:54 di domenica.

Il Principe delle tenebre riposa sotto il sole.

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Il Principe delle tenebre riposa sotto il sole.

Di Roberta Baiano

 

C’è una tomba a Napoli che non smette di suscitare curiosità. 

Non perché mostri scheletri particolari o resti insanguinati, ma perché sfida la logica, le mappe e la storia ufficiale. 

 

Si tratta di una lastra di marmo consumata dal tempo, nascosta nella chiesa di Santa Maria la Nova, a due passi dal cuore barocco della città. 

Da dieci anni, alcuni studiosi ipotizzano che sotto quella pietra riposi Vlad III di Valacchia. 

 

No, no.

Non un sosia, non un parente. 

Proprio lui!

Il voivoda conosciuto come Dracula.

 

La leggenda nasce da una ricerca universitaria. 

Erika Stella, dottoranda, si accorge che i simboli sulla tomba del nobile napoletano Matteo Ferrillo non quadrano. 

L’elmo con testa di drago, le due sfingi contrapposte, i segni egizi.

Nulla di tutto questo appartiene all’araldica locale. 

Sono elementi estranei, quasi fuori posto. 

O forse fin troppo precisi.

 

Nel 2014, l’intuizione prende forma. 

Un’équipe di ricercatori, supportata dall’Università di Tallinn, propone un’ipotesi: Vlad III non sarebbe morto in battaglia, né sepolto in Romania. Sarebbe, invece, stato catturato dai turchi, poi liberato grazie alla figlia Maria Balsa, fuggita a Napoli in giovane età, adottata da una famiglia aristocratica. 

Sarebbe stata lei a traslare le sue spoglie e ad affidarle a quella tomba, protetta sotto falso nome.

Quasi nessuno ci crede. Fino a oggi.

Quando proprio su quella lastra, una scritta incisa nel marmo — rimasta indecifrata per secoli — viene forse finalmente decifrata. 

 

Le prime traduzioni parlano chiaro: si tratterebbe di un epitaffio in onore di Vlad III, principe valacco, membro dell’Ordine del Drago. 

Una dedica funebre, carica di riferimenti simbolici, che inizia a cambiare le carte in tavola.

 

E non è l’unico indizio. Su quella tomba compare lo stemma della Dobrugia, regione che Vlad governò, teatro delle sue vittorie contro i turchi. 

Due delfini accoppiati, identici a quelli presenti in un’altra cripta a lui legata, quella di Acerenza. 

E poi ci sono le sfingi, che richiamerebbero — secondo alcuni — la città di Tebe, evocando per assonanza il nome Țepeș, “l’Impalatore”.

 

A rendere tutto ancora più inspiegabile, un altro dettaglio. 

Un’area precisa della lastra, rilevata con termocamera, emana calore. 

Una zona calda in un blocco di marmo freddo

Inutile dirlo: nessuna spiegazione tecnica, nessuna fonte di energia nota.

 

Nel frattempo, gli storici ufficiali continuano a sostenere che Vlad sia sepolto vicino Bucarest, nell’isola di Snagov. 

Ma quella tomba è vuota. 

O meglio, dentro pare ci siano solo ossa animali.

 

Forse è tutto solo una suggestione, forse una coincidenza. 

 

Ma Napoli, città dove i morti parlano, le tombe confondono e le reliquie si moltiplicano, sembra la cornice perfetta per custodire un mito. 

E se davvero Vlad III fosse sepolto lì, il principe diventato vampiro, l’uomo trasformato in mostro, il condottiero trasfigurato in creatura dell’ombra, allora il romanzo di Stoker avrebbe avuto solo torto su un punto: il luogo.

 

Non la Transilvania, ma l’ombra del Vesuvio.

 

La legittima difesa (9). Il caso Fredy Pacini: dormire nel proprio magazzino per non morire

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La legittima difesa (9). Il caso Fredy Pacini: dormire nel proprio magazzino per non morire

di Luca Orlando

 

C’è una storia che, più di tante altre, ha scosso l’Italia e riscritto — almeno nella percezione collettiva — il significato della parola “difesa”. 

È la storia di Fredy Pacini, un gommista di Monte San Savino, in provincia di Arezzo. 

 

Un uomo qualunque, titolare di una piccola attività, che non dormiva più a casa sua da mesi. 

Scelse di passare le notti nel magazzino, accanto agli pneumatici, alle attrezzature e a un fucile legalmente detenuto. 

Lo fece per paura. 

Lo fece perché, dopo 38 tentativi di furto, non si sentiva più protetto.

 

E fu proprio lì, nel cuore della notte del 28 novembre 2018, che tutto accadde. 

Due uomini forzano una finestra, entrano nel capannone. 

Fredy sente rumori, si sveglia, impugna l’arma e spara

Colpisce uno dei due intrusi, che muore poco dopo. 

 

Il dibattito che ne segue è feroce. 

C’è chi lo definisce un eroe, chi lo accusa di essersi fatto giustizia da solo. 

Le trasmissioni si dividono, i social si incendiano, la politica cavalca il caso come simbolo di una giustizia che, secondo molti, non difende più i cittadini.

Questo caso giudiziario mette a nudo la fragilità del sistema. 

 

Un uomo esasperato, lasciato da solo a presidiare la sua attività, costretto a vivere come in trincea, armato non di rabbia, ma di paura. 

È legittima difesa? 

È eccesso colposo? 

È omicidio? 

A rispondere è la Procura, ma il Paese intero sembra voler dire la sua.

 

Il punto, però, non è solo legale. È sociale. 

Perché, se un cittadino deve dormire nel proprio luogo di lavoro, con un fucile a portata di mano, qualcosa si è rotto. 

Se la sicurezza diventa un affare privato, una responsabilità individuale, se la paura vince sulla fiducia nelle istituzioni, allora il problema non è solo la legittima difesa.

 

Nel caso di Fredy, alla fine, il giudizio non lo ha condannato. 

Il fascicolo è stato archiviato

La sua reazione è stata considerata compatibile con lo stato di pericolo e con le condizioni emotive in cui si trovava. 

Ma l’amarezza resta. 

Perché la vera condanna, in questa storia, è vivere nel timore costante, nella tensione quotidiana, nel timore che nessuno venga ad aiutarti.

 

Fredy non è diventato un simbolo per scelta. 

Lo è diventato perché il suo gesto ha costretto tutti a fare i conti con una domanda scomoda: che fare, quando la difesa sembra l’unico rifugio? 

 

Il caso ha influenzato anche il dibattito politico, contribuendo alla successiva modifica dell’articolo 52 c.p. 

Ma dietro le riforme e i talk show, resta una realtà fatta di piccoli imprenditori che dormono in capannoni e di famiglie che installano grate e telecamere per difendersi.

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La leggenda di Donna Regina, Albina e Romita: le tre che scelsero.

Di Roberta Baiano

 

Nel cuore antico di Napoli, tra pietra consumata e vicoli che sussurrano al tempo, tre nomi risuonano: Donna Regina, Donna Albina, Donna Romita. 

Le ombre di tre sorelle, figlie del barone Toraldo, nobile del Sedile del Nilo, sopravvissute al potere e alla tragedia con la sola arma concessa a una donna nel Trecento: il silenzio.

 

La madre morì giovane, e il barone — forse per devozione — decise di non risposarsi e anzi chiese e ottenne dal re Roberto d’Angiò un privilegio inaudito: che la primogenita, Donna Regina, potesse trasmettere il nome e il sangue della casata ai suoi figli. 

Così, alla morte del padre, nel 1320, fu lei a ereditare tutto.

 

La bellezza fredda, la responsabilità di una stirpe, il fardello dell’eternità. 

Aveva diciannove anni. 

Le sue sorelle — Albina e Romita — la seguivano come si segue una stella, con fiducia, con amore, con cieca dipendenza.

 

Donna Regina era austera, inflessibile, regale. Ogni suo gesto era legge. 

Donna Albina, invece, aveva negli occhi la luce dei gesti gentili. Si occupava dei poveri, distribuiva elemosine, ascoltava richieste di grazia.

Donna Romita, la più giovane, era anche la più inquieta. Un giorno rideva coi capelli sciolti nel vento, il giorno dopo fissava l’orizzonte come chi sa di dover sparire.

 

Poi venne lui. 

Filippo Capece, cavaliere di corte, bello quanto crudele, venne scelto come sposo per Donna Regina. 

Non fu l’inizio di un matrimonio, ma la fine di una tranquillità. 

 

Perché tutte e tre si innamorarono di lui. 

E l’amore, si sa, non conosce gerarchie né primogeniture. 

 

Le sorelle, prima inseparabili, divennero nemiche. 

Fu un veleno lento, che non diede scampo. 

Filippo, però, non ricambiava. 

Non amava nessuna di loro. 

Disprezzava Donna Regina, e guardava le altre due con indifferenza.

 

Così si compì il destino, ma non nel silenzio: le tre sorelle si parlarono. 

Si guardarono negli occhi, finalmente senza orgoglio né rivalità. 

Capirono — forse troppo tardi, forse proprio in tempo — che l’amore per lo stesso uomo le aveva rese nemiche, ma che quell’uomo non valeva nessuna di loro. 

Filippo Capece non le aveva amate, né rispettate. 

E loro avevano inseguito un’ombra, quasi dimenticando il legame che le univa.

 

Scelsero insieme. 

Donna Albina e Donna Romita, con le rispettive eredità, fondarono i propri monasteri. 

E anche Donna Regina, con lo sguardo spezzante ma finalmente lucido, rinunciò al mondo e fondò il suo. 

 

Prima di chiudersi nel chiostro, si alzò, prese lo scettro d’ebano borchiato d’oro del padre e lo spezzò in due. 

Poi, rivolta al ritratto del barone Toraldo, disse: “Salute, padre mio. La vostra nobile casa è morta.”

 

Così nacquero, secondo la leggenda, i tre monasteri di Napoli: Santa Maria Donna Regina, Santa Maria Donna Albina, Santa Maria Donna Romita. 

 

Oggi, di loro e della loro storia restano i nomi per strada. 

Largo Donna Regina, accanto al Duomo, dove sorge il Museo Diocesano. 

Via Donnalbina, nei pressi di piazza Matteotti. 

E vico Donna Romita.

 

Di notte, dicono, le tre sorelle camminano ancora per le vie del centro. 

 

Ciascuna col suo dolore in spalla, cercando tra i volti della città eterna quello dell’unico uomo che non le ha mai amate, e che tutte, ancora, aspettano.

 

Così si racconta, spesso, a Napoli: città di fantasmi e di spiriti in pena, di amori sospesi e passioni che non trovano pace. 

Ma a noi questa storia non piace troppo, o comunque non basta. 

 

Non ci interessa immaginare tre donne imprigionate in un’eterna attesa.

 

Preferiamo credere che abbiano scelto il velo non per una sorta di fuga, ma per reciproca fedeltà. Che abbiano rinunciato volutamente all’amore che le voleva nemiche, per restare sorelle. 

 

E che i loro monasteri, oggi silenziosi – qualcuno sconsacrato – non siano lapidi, ma testamenti. 

Di libertà. 

Di orgoglio. 

Di una femminilità che, nel cuore del Trecento, decise di smettere di aspettare.

 

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