La leggenda di Donna Regina, Albina e Romita: le tre che scelsero.
Di Roberta Baiano
Nel cuore antico di Napoli, tra pietra consumata e vicoli che sussurrano al tempo, tre nomi risuonano: Donna Regina, Donna Albina, Donna Romita.
Le ombre di tre sorelle, figlie del barone Toraldo, nobile del Sedile del Nilo, sopravvissute al potere e alla tragedia con la sola arma concessa a una donna nel Trecento: il silenzio.
La madre morì giovane, e il barone — forse per devozione — decise di non risposarsi e anzi chiese e ottenne dal re Roberto d’Angiò un privilegio inaudito: che la primogenita, Donna Regina, potesse trasmettere il nome e il sangue della casata ai suoi figli.
Così, alla morte del padre, nel 1320, fu lei a ereditare tutto.
La bellezza fredda, la responsabilità di una stirpe, il fardello dell’eternità.
Aveva diciannove anni.
Le sue sorelle — Albina e Romita — la seguivano come si segue una stella, con fiducia, con amore, con cieca dipendenza.
Donna Regina era austera, inflessibile, regale. Ogni suo gesto era legge.
Donna Albina, invece, aveva negli occhi la luce dei gesti gentili. Si occupava dei poveri, distribuiva elemosine, ascoltava richieste di grazia.
Donna Romita, la più giovane, era anche la più inquieta. Un giorno rideva coi capelli sciolti nel vento, il giorno dopo fissava l’orizzonte come chi sa di dover sparire.
Poi venne lui.
Filippo Capece, cavaliere di corte, bello quanto crudele, venne scelto come sposo per Donna Regina.
Non fu l’inizio di un matrimonio, ma la fine di una tranquillità.
Perché tutte e tre si innamorarono di lui.
E l’amore, si sa, non conosce gerarchie né primogeniture.
Le sorelle, prima inseparabili, divennero nemiche.
Fu un veleno lento, che non diede scampo.
Filippo, però, non ricambiava.
Non amava nessuna di loro.
Disprezzava Donna Regina, e guardava le altre due con indifferenza.
Così si compì il destino, ma non nel silenzio: le tre sorelle si parlarono.
Si guardarono negli occhi, finalmente senza orgoglio né rivalità.
Capirono — forse troppo tardi, forse proprio in tempo — che l’amore per lo stesso uomo le aveva rese nemiche, ma che quell’uomo non valeva nessuna di loro.
Filippo Capece non le aveva amate, né rispettate.
E loro avevano inseguito un’ombra, quasi dimenticando il legame che le univa.
Scelsero insieme.
Donna Albina e Donna Romita, con le rispettive eredità, fondarono i propri monasteri.
E anche Donna Regina, con lo sguardo spezzante ma finalmente lucido, rinunciò al mondo e fondò il suo.
Prima di chiudersi nel chiostro, si alzò, prese lo scettro d’ebano borchiato d’oro del padre e lo spezzò in due.
Poi, rivolta al ritratto del barone Toraldo, disse: “Salute, padre mio. La vostra nobile casa è morta.”
Così nacquero, secondo la leggenda, i tre monasteri di Napoli: Santa Maria Donna Regina, Santa Maria Donna Albina, Santa Maria Donna Romita.
Oggi, di loro e della loro storia restano i nomi per strada.
Largo Donna Regina, accanto al Duomo, dove sorge il Museo Diocesano.
Via Donnalbina, nei pressi di piazza Matteotti.
E vico Donna Romita.
Di notte, dicono, le tre sorelle camminano ancora per le vie del centro.
Ciascuna col suo dolore in spalla, cercando tra i volti della città eterna quello dell’unico uomo che non le ha mai amate, e che tutte, ancora, aspettano.
Così si racconta, spesso, a Napoli: città di fantasmi e di spiriti in pena, di amori sospesi e passioni che non trovano pace.
Ma a noi questa storia non piace troppo, o comunque non basta.
Non ci interessa immaginare tre donne imprigionate in un’eterna attesa.
Preferiamo credere che abbiano scelto il velo non per una sorta di fuga, ma per reciproca fedeltà. Che abbiano rinunciato volutamente all’amore che le voleva nemiche, per restare sorelle.
E che i loro monasteri, oggi silenziosi – qualcuno sconsacrato – non siano lapidi, ma testamenti.
Di libertà.
Di orgoglio.
Di una femminilità che, nel cuore del Trecento, decise di smettere di aspettare.



