Educare all’affettività, compito delle pratiche filosofiche

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Educare all’affettività, compito delle pratiche filosofiche

di Elena Scuotto

 

L’atrocità della cronaca rimette in discussione la questione dell’educazione affettiva e relazionale nelle scuole. Eppure, nel corso dei decenni, in contrasto con gran parte d’Europa, le proposte per introdurre programmi di questo tipo nelle scuole italiane sono rimaste lettera morta, nonostante diversi progetti di legge presentati già dagli anni Settanta. 

Attualmente, moduli educativi sulla consapevolezza affettiva sono realizzati in modo del tutto facoltativo da singoli dirigenti e insegnanti. Le regioni possono destinare fondi per progetti nelle scuole, talvolta condotti da professionisti esterni, ma spesso tali iniziative risultano disomogenee e prive di una cornice culturale coerente. 

La domanda che non può essere evitata riguarda il tipo di professionalità che si considera più idonea a trattare l’argomento. Non si tratta infatti di insegnare una disciplina, ma di operare un intervento culturale complesso che rischia facilmente di ricadere tanto nella trattazione banalmente aspecifica, tanto, e forse peggio, nella riduzione “specialistica” di ambito psicologico o medico. 

Se si punta sull’educazione all’affettività per rispondere alla domanda di un nuovo simbolico, non si può prescindere dalla consapevolezza che tale domanda appartiene da sempre allo spazio filosofico.

Sono passati più di quarant’anni da quando Gerd Achenbach ha iniziato a far rumore per richiamare la filosofia e i filosofi al loro ruolo sociale. Non proponeva una novità, come spesso male si intende, bensì, sottolineava qualcosa che oggi quanto mai dovrebbe essere sotto gli occhi di tutti. La filosofia nasce dal bisogno di orientamento culturale, etico, esistenziale, politico, sociale e quindi la sua domanda è da sempre pratica. 

Praticare la filosofia significa esercitare l’attitudine a pensare criticamente, educarsi ed educare al “dubbio”, come rigorosa messa alla prova di ogni posizione teorica e di ogni fissità affettiva, vietando il “confort” di un’unica rappresentazione del reale. Hannah Arendt parla del “nuovo inizio” rappresentato dalla nascita di ogni essere umano, inteso come spazio dell’imprevedibilità e della libertà. Alla fissità delle forme, la Arendt contrappone l’eccezione, lo stupore della contingenza di “nuovi inizi” concreti e contestuali. L’azione filosofica, dunque, è anche sempre azione pedagogica, ovvero cura di “nuovi inizi” e in quanto tale, cura della libertà. 

Le pratiche filosofiche nascono proprio dalla riaffermazione di questo originario legame alla vita della filosofia. Lo sviluppo “professionale” del filosofo ha operato progressivamente una selezione di orientamenti e strumenti idonei a comprendere l’umano nella sua irriducibile singolarità personale e a gestire e modulare il dialogo con l’altro, accogliendo senza giudizio punti di vista differenti. Il dialogo socratico, la prospettiva ermeneutica, l’eredità fenomenologica e la pratica dell’epochè sulle interferenze epistemologiche e assiologiche sono strumenti carichi di potenzialità nell’ambito educativo. Sarebbe ora di riconoscerlo e non sarebbe male se questo riconoscimento partisse da una città con una tradizione filosofica bimillenaria come Napoli, in cui la ricerca si è sempre mossa anche al di fuori del mero ambito accademico. Sarebbe un peccato se si mancasse l’opportunità di promuovere per primi il valore della “postura filosofica” in pratiche di educazione all’affettività intesa innanzitutto come comprensione della relazione tra vissuto e discorso attorno ad esso.