Madame Bovary – Insoddisfazione affettiva cronica e aspettative

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di Roberta Baiano

 

Per questa recensione ammetto di aver provato un certo senso di allerta.

Ho scelto un classico che resiste al tempo, un’opera che, a ogni rilettura, cambia forma perché cambia lo sguardo: Madame Bovary, di Gustave Flaubert.
L’ho letto per la prima volta a 14 anni, in roulotte, con una lampada a batteria e la curiosità incerta dell’adolescenza.

Da allora ci sono tornata spesso.

Ogni volta, Emma mi sembrava diversa. O forse ero io, che trovavo in lei qualcosa di più.

 

All’uscita, il romanzo fu accusato di oltraggio alla morale e alla religione.

Oggi è un classico, ma la sua forza resta integra: racconta senza indulgenza una fame emotiva che non si sa placare.

E lo fa senza moralismi, senza assoluzioni, senza sconti.

 

La storia si apre con Charles Bovary, un uomo cresciuto male da un padre assente e una madre ossessiva.

Da bambino viene deriso, da adulto si sposa con una vedova da cui eredita un po’ di denaro.

È abitudinario, modesto, privo di immaginazione.

Un medico mediocre.

Finisce per sposare Emma, giovane donna educata dalle Orsoline, con un rapporto puramente estetico con la fede e una passione ingorda per i romanzi sentimentali.

L’incontro tra i due è quello tra l’uomo pratico e la donna che vuole essere travolta.

 

Il giorno del matrimonio è già il giorno della disillusione.

Emma scopre che l’amore coniugale non ha nulla a che vedere con le sue attese.

Nella quotidianità piatta di un marito che la ama ma non la capisce, si apre il primo crepaccio. A ingigantirlo sarà il ricevimento al castello del Marchese di Vaubyessard. Un invito mondano che le resta addosso come una visione tossica. Il dettaglio di quella festa, le stoffe, i gesti, i colori: tutto si fissa in lei come un’ossessione. E il confronto con la sua vita reale diventa insostenibile.

Emma prova a replicare ciò che ha visto.

Cerca svaghi, oggetti, abiti, lussi che non può permettersi, ma che nutrono almeno l’illusione. Finisce in una spirale depressiva, smette quasi di mangiare.

Charles, incapace di comprenderla ma desideroso di aiutarla, decide di trasferirsi altrove. Il cambio d’aria la porta a incontrare Léon, un giovane praticante avvocato, gentile, romantico, che finalmente le rivolge attenzione.

Ma parte per Parigi.

E lei, rimasta sola, si ammala di nuovo.

È in quel momento che arriva Rodolphe: ricco, manipolatore, sicuro di sé.

Lui capisce subito il profilo di Emma: una donna che vuole sentirsi scelta, unica, travolta.

 

E così accade.

Emma si convince di essere diventata finalmente la donna che aveva letto nei romanzi.

Ma quando gli propone di scappare insieme, Rodolphe la scarica con una lettera — condita da gocce d’acqua per simulare lacrime.

Grottesco, ma efficace.

La delusione la distrugge.

Charles, nel tentativo maldestro di risollevarla, la porta a teatro.

E lì riappare Léon, versione aggiornata: più brillante, più spigliato, più sicuro.

 

Inizia una relazione adultera regolare, piena di scuse e appuntamenti nascosti.

Ma anche questo, alla lunga, le appare insufficiente.

Emma si stanca di tutto e di tutti, ma continua a inseguire qualcosa.

Si indebita, firma cambiali, mente. Quando arrivano gli ufficiali giudiziari, la finzione crolla.

E con essa, Emma.

L’unico che l’abbia amata davvero — forse l’unico che l’abbia amata e basta — è proprio Charles, ma lei lo capisce troppo tardi.

 

Il punto è la fame.

L’insoddisfazione cronica che attraversa tutta l’opera.

Emma non è vittima dell’amore, ma delle sue aspettative.

Vive con l’idea che un amore assoluto possa redimerla dalla noia e dall’ordinario. Idealizza, proietta, assorbe.

Quando l’oggetto amato cade dal piedistallo, Emma si svuota.

Poi riparte.

E ricade.

 

Questa dinamica è ciò che ha dato origine al termine “bovarismo”: la tendenza a cercare amori salvifici, a legarsi a figure inadeguate, a costruire aspettative che nessuno può soddisfare.

Emma non ama: cerca salvezza.

E quando la salvezza non arriva, crolla.

 

Ciò che rende attuale questa figura non è la trama in sé, ma il suo meccanismo.

L’incapacità di stare dentro una relazione che non sia perfetta.

La malinconia perenne.

L’ossessione per ciò che manca.

La frustrazione cronica dopo ogni picco emotivo.

Emma non è pazza, né debole.

È solo affamata di senso.

E oggi, in un tempo che ci insegna a desiderare senza elaborare, a pretendere senza mediare, la sua parabola è più riconoscibile che mai.