di Roberta Baiano
“Cu ‘na mano annanz’ e n’ata arret“, “Mannaggia ‘a colonna!” e “Stà cu ‘e pacche dint’ ‘a ll’acqua“.
Quante volte abbiamo sentito pronunciare questi modi di dire senza chiederci da dove arrivino? Eppure, dietro espressioni entrate da secoli nel linguaggio quotidiano dei napoletani, si nasconde una storia vera.
Una storia fatta di tribunali, debitori, condanne pubbliche e di una semplice colonna di marmo capace di diventare il simbolo della vergogna.
Per scoprire questa storia, bisogna tornare alla Castel Capuano di metà ‘500.
Oggi è uno degli edifici storici più importanti della città. Fu dapprima una fortezza, ritenuta per lungo tempo praticamente inespugnabile, e successivamente una residenza reale.
Quando la corte si trasferì al Maschio Angioino, il castello cambiò nuovamente la sua funzione poiché, nel 1537, il viceré Don Pedro de Toledo decise di riunirvi tutti i tribunali cittadini.
Da quel momento Castel Capuano divenne la sede della Vicaria, il cuore della giustizia del Regno di Napoli.
Proprio davanti al tribunale si trovava una colonna romana in marmo bianco, la quale non era stata collocata lì per abbellire la piazza. Al contrario, rappresentava – e rappresenta ancora oggi – uno degli strumenti più umilianti della giustizia dell’epoca.
Quando un debitore non riusciva più a pagare quanto doveva, infatti, veniva condotto davanti alla folla. Doveva abbassare i pantaloni, poggiare per tre volte le natiche sulla colonna e pronunciare, al suono delle trombe del banditore, la formula latina cedo bonis.
Si trattava di un gesto altamente simbolico, visto che il condannato dichiarava pubblicamente di non possedere più nulla, tanto da essere disposto a cedere perfino ciò che gli restava addosso.
La punizione, però, non terminava con quella dichiarazione. Il debitore veniva esposto alla gogna, legato davanti alla popolazione, mentre i creditori potevano insultarlo e, in alcuni casi, persino bagnarlo con secchiate d’acqua.
Quando la povertà incontra lo spettacolo pubblico, a Napoli, la storia incontra la lingua.
Ed è proprio da qui che nascono alcuni dei più celebri modi di dire napoletani.
L’espressione “mannaggia ‘a colonna!” richiama direttamente quel luogo di umiliazione, diventato nell’immaginario collettivo il simbolo della sfortuna e della disgrazia.
Anche il detto “stà cu ‘e pacche dint’ ‘a ll’acqua” affonda le sue radici in quella pratica. I debitori, spesso inzuppati d’acqua durante l’esposizione pubblica, offrivano un’immagine perfetta di chi era ormai caduto in disgrazia, significato che il modo di dire conserva ancora oggi.
Ma è soprattutto “cu ‘na mano annanz’ e n’ata arret” a raccontare meglio quella scena. Terminata la condanna, il debitore non aveva ottenuto nulla se non la pubblica umiliazione. Dopo essersi rialzato, cercava soltanto di coprirsi con una mano davanti e l’altra dietro mentre si allontanava dalla colonna, sconfitto, senza beni e senza dignità. Ancora oggi l’espressione viene utilizzata per indicare chi esce da una situazione a mani vuote, senza aver ricavato alcun beneficio.
Con il tempo anche quella pratica cambiò. Don Pedro de Toledo ne attenuò la severità limitando l’esposizione pubblica a un’ora e disponendo che il nome del debitore fosse annunciato dal trombettiere. Sarà poi Carlo di Borbone, nel 1738, ad abolire definitivamente quella forma di punizione e a far rimuovere la colonna.
Colonna che non è andata certo perduta, tant’è che oggi quella originale è ancora conservata nel Cortile delle Carrozze della Certosa di San Martino, mentre davanti a Castel Capuano si trova una copia collocata nel luogo in cui, per oltre due secoli, la colonna fu utilizzata per l’esecuzione di questa particolare forma di punizione pubblica.
La prossima volta che sentirete qualcuno esclamare “Mannaggia ‘a colonna!” o dire che una persona è uscita “cu ‘na mano annanz’ e n’ata arret”, ricordate che non si tratta soltanto di colorite espressioni dialettali.
Sono frammenti della storia di Napoli, sopravvissuti al passare dei secoli attraverso il dialetto.
Perché, a volte, basta un modo di dire per conservare la memoria di un’intera epoca.

