Un nuovo passaggio parlamentare sul fine vita riapre il dibattito su uno dei temi più divisivi della società italiana. La proposta di legge rivista dal centrodestra conserva un impianto restrittivo: più controlli, più tempo e criteri più rigidi per chi chiede di porre fine alla propria sofferenza.
Il cambiamento più evidente riguarda la governance. Non ci sarà più un comitato nazionale nominato dal governo, ma resta un filtro centrale: un “Centro di coordinamento” che avrà l’ultima parola, dopo il parere dei comitati etici regionali. Il risultato? Un percorso che può arrivare a durare cinque mesi, un tempo che per molti pazienti rischia di essere troppo lungo.
La legge esclude inoltre il Servizio sanitario nazionale dalla procedura, vietando l’uso di strutture, farmaci e personale pubblico. Una scelta che solleva dubbi di costituzionalità: se la salute è un diritto universale, può lo Stato sottrarsi nel momento più delicato?
Ancora più rilevanti le modifiche sui requisiti: sofferenza “incoercibile”, malattia “irreversibile”, obbligo di cure palliative. Definizioni che restringono l’accesso e rischiano di lasciare fuori chi soffre per patologie neurodegenerative o progressive ma non terminali.
La Consulta, con la sentenza Cappato-Dj Fabo del 2019, aveva aperto la strada, indicando quattro condizioni per l’aiuto al suicidio medicalmente assistito. Il nuovo testo però sembra allontanarsi da quello spirito, ribadendo che “in nessun caso la legge riconosce alla persona il diritto a ottenere aiuto a morire”.
La posta in gioco non è solo politica. Si tratta di stabilire se la libertà individuale di decidere sul proprio corpo e sulla propria fine debba essere riconosciuta come diritto, oppure rimanere una deroga tollerata, affidata a procedure complesse e selettive.
Il dibattito prosegue in Parlamento, ma resta aperto soprattutto nel Paese, tra chi teme derive e chi chiede dignità fino all’ultimo respiro.

