La legittima difesa. La nuova frontiera: quando i giuristi si affidano ai dati

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La legittima difesa. La nuova frontiera: quando i giuristi si affidano ai dati

di Luca Orlando

Nelle aule dei tribunali, per secoli, si è fatto affidamento su codici, interpretazioni, giurisprudenza, esperienza. Il giudice era, e in parte è ancora, un artigiano della verità: ascolta, valuta, decide. Ma oggi, qualcosa sta cambiando. Lentamente, ma in modo irreversibile, la giustizia sta diventando anche un fatto di numeri., di dati, appunto. Una nuova frontiera si apre davanti a noi: quella in cui anche il diritto inizia a parlare il linguaggio degli algoritmi, della statistica, dell’analisi predittiva.

Non si tratta più solo di informatizzare i tribunali. Si tratta di affidarsi ai dati per orientare le decisioni, per analizzare tendenze, per prevedere comportamenti, persino per suggerire sentenze. In alcuni ordinamenti — come quello statunitense o francese — sono già attivi sistemi di analisi giuridica che incrociano migliaia di sentenze per offrire ai magistrati strumenti di “supporto” alle loro valutazioni. Il giudice resta umano, ma la sua decisione si inserisce in un contesto numerico molto più ampio.

Il punto è: cosa accade quando anche la legittima difesa entra in questa logica? Se un algoritmo ci dice che, in quel tipo di scenario, nella maggior parte dei casi l’imputato viene assolto, quanto sarà condizionata la decisione del giudice? Se i dati indicano che, in quel quartiere, il rischio di furto è alto, questo può giustificare una maggiore “tolleranza” verso chi reagisce con forza? E se le statistiche mostrano che la paura è più frequente in certe fasce sociali, avremo una giustizia calibrata su base sociologica?

Sono domande tutt’altro che accademiche. Perché i dati non sono mai neutrali. Parlano del passato, non del presente. Riflettono comportamenti già accaduti, ma non li giudicano. E, soprattutto, rischiano di cristallizzare le ingiustizie, se usati senza senso critico. Se in passato certi gruppi sociali sono stati condannati più spesso, i dati lo registrano, ma la verità non sempre sta nei numeri.

Il rischio è quello di una giustizia a “statistica inversa”, dove le decisioni si prendono non sulla base del merito, ma della probabilità. È successo così? Allora succederà di nuovo. Ma ogni processo è un unicum. Ogni difesa legittima, ogni reazione, ogni impulso di sopravvivenza ha qualcosa di irripetibile. E i dati, per loro natura, non possono cogliere ciò che accade una sola volta.

In sintesi, la nuova frontiera della giustizia è fatta anche di tecnologia, ma non possiamo permettere che sia la tecnologia a guidare il giudizio. Perché il diritto non è solo calcolo. È, prima di tutto, ascolto. E ogni persona che si è difesa merita questo: di essere ascoltata e non “interpretata” da un algoritmo.