di Evelina Parente
Sembrava che di Michela Murgia fosse stato pubblicato tutto. E invece Alessandro Giammei cura tre lezioni sull’odio, pronunciate nel 2012 all’Università di Aristan, invenzione dell’artista Filippo Martinez. La sua Facoltà di Scienze della Felicità poneva una domanda fondamentale: che cosa vale la pena imparare? Per Murgia, anzitutto, a odiare. O meglio, a «organizzare virtuosamente» l’odio. Giammei richiama Grazia Deledda, che in Odio vince (1904) giudicava l’odio più forte dell’amore. Murgia rovescia il luogo comune dell’amore buono e dell’odio cattivo. La prima lezione si intitola L’odio: nobile sentimento oggetto d’ingiusto pregiudizio. Il problema non è l’odio dichiarato, ma quello nascosto dietro rispettabilità, indifferenza e benevolenza. Chi nega di odiare non per questo smette di farlo. Può anzi, più facilmente, trasformare il sentimento in rancore, insulto, violenza. Oppure affidarlo a forme più discrete di potere, normalizzandolo senza renderne meno oltraggiosi gli effetti. Chi sono i veri odiatori? Quelli che si dichiarano tali o quelli che, negandolo, ne esercitano le forme più sottili? Nelle istituzioni il disprezzo può assumere la forma di un giudizio, di una svalutazione, di un riconoscimento negato, persino di un’imparzialità apparente. Chi contesta rischia l’accusa di risentimento: il dissenso diventa ingratitudine, la critica ostilità. E quando il giudizio non riconosce ciò che pretende di valutare, l’odio può nascere non dal desiderio di distruggere, ma dal rifiuto di essere cancellati. Murgia recupera Gramsci e il suo Odio gli indifferenti: l’indifferenza lascia accadere le cose senza assumerne la responsabilità. Se a odiare è una donna, il giudizio scivola dalle ragioni al tono: sgradevole, isterica, aggressiva, trash. La parola viene giudicata prima di essere ascoltata. Eppure l’odio non garantisce la verità, come la cortesia non garantisce la giustizia. Organizzarlo virtuosamente significa farne una forza capace di distruggere e addirittura di ricostruire qualcosa di bello. Solo un odio riconosciuto può smettere di governarci. Da qui può nascere un perdono che non cancella l’offesa né impone la riconciliazione, ma apre alla pace: ricordare senza dover distruggere. A quattordici anni di distanza, dopo tante vicissitudini, guerre e una pace sempre più difficile da ritrovare, forse è possibile rovesciare almeno in parte il senso di quelle lezioni, recuperando anche il messaggio di Silvio Berlusconi che, dopo essere stato aggredito e gravemente ferito, affidò a un libro il titolo L’amore vince sempre sull’invidia e sull’odio. Non più come ingenua contrapposizione tra sentimenti buoni e cattivi, ma come esito di un percorso che attraversa l’odio, ne riconosce la forza e impara a trasformarla. Perché forse la lezione più difficile è proprio questa: non negare l’odio per proclamare l’amore, ma attraversarlo per poterci davvero ritornare.

