La classifica del visibile

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di Salvatore Capasso

Ogni anno, puntuale come l’influenza invernale, arriva la classifica del Sole 24 Ore sulla qualità della vita nelle città italiane. E ogni anno ci ritroviamo davanti la stessa fotografia: un’Italia che somiglia a quelle vecchie carte geografiche scolastiche, con il Nord disegnato con il pennarello oro e il Sud, più giù, color caffellatte.
In cima al podio quest’anno svetta Trento, che sembra essere nata per vincere. Servizi efficienti, aria buona, gente che cammina sicura anche al buio: sette persone su dieci, dicono le statistiche. Bolzano e Udine la seguono, come compagne di banco diligenti che non lasciano mai indietro i compiti. Le città metropolitane provano a tenere il passo: Milano risale, Bologna pure, e perfino Roma, dopo anni di affanni cronici, conquista tredici posizioni.

Poi c’è il resto dell’Italia. Quella che non finisce mai nei dépliant turistici delle classifiche. Per trovare la prima provincia meridionale bisogna scendere fino alla 39ª posizione, dove incontriamo Cagliari come un’oasi isolata. Il resto del Sud chiude la fila, anno dopo anno, come se il destino si fosse stancato di cambiare sceneggiatura.
Eppure c’è qualcosa che non torna. Perché se chiedi a un trentino se vive bene, ti risponde di sì. Ma se lo chiedi a un napoletano, molto spesso ti risponde lo stesso. Pur sapendo che i mezzi pubblici arrivano quando vogliono loro, che i servizi non sempre funzionano e che la burocrazia può mettere alla prova anche i santi calendari del Sud.

Com’è possibile? Forse perché esiste una qualità della vita che nessuna classifica riesce a misurare. Un’unità di misura che non si esprime in punti, ma in “qualità umane”. Al Nord sono bravi a far funzionare le cose. Al Sud, da secoli, sono bravissimi a far funzionare la vita. Può sembrare poco, ma quando il mondo traballa diventa essenziale.
Gli studiosi la chiamano “capitale relazionale”, che è un modo elegante per dire che al Sud si sopravvive grazie a una rete fittissima di legami: famiglie che si stringono, vicini che diventano cuscinetti, amici che corrono prima ancora di essere chiamati. Un capitale prezioso, spesso invisibile, che nessun algoritmo potrà mai inserire tra gli indicatori.
E tuttavia, questo patrimonio ha un limite: consola, ma non colma i divari. Fa da paracadute, ma non da trampolino. Non può sostituire un ospedale efficiente, una scuola moderna, un ufficio pubblico che non ti faccia implorare un timbro come una grazia. Il Sud ha tutto ciò che nelle classifiche non si misura. Il Nord ha tutto ciò che nelle classifiche si misura benissimo. Il problema è che per vivere davvero bene servono entrambe le metà.

E allora forse la domanda di fondo è un’altra: che cosa significa davvero vivere meglio?
Se significa avere redditi più alti, servizi funzionanti, strade sicure, Trento merita la sua corona.
Se significa sentirsi sostenuti da una comunità che non ti lascia solo, forse la statistica dovrebbe fare un salto da Reggio Calabria prima di chiudere l’ultima pagina del rapporto.
Un giorno, chissà, avremo una classifica più onesta. Una che misurerà non solo quanto ci spostiamo, ma anche quanto ci spostiamo per gli altri. Non solo quanta luce c’è nei lampioni, ma quanta luce c’è nelle case.

Per ora possiamo solo prendere atto di un’Italia divisa: una che vive bene perché ha servizi che funzionano, e una che vive “bene” nonostante non li abbia.
E forse, tra le righe di questa contraddizione, si nasconde la vera lezione. La qualità della vita non è una gara tra province. È una relazione tra persone. E quando una relazione funziona, a volte basta anche una classifica che non funziona del tutto per ricordarci che abbiamo ancora molto da fare.