di Evelina Parente
La mia ipotesi attributiva che fa divergere le due figure e propende per quella del Monogrammista Petr spera di riaprire il confronto con la pittura napoletana del secondo Quattrocento e con gli studi di Ferdinando Bologna.
Perché nessuno storico dell’arte si è ancora fatto avanti per discutere l’attribuzione della Deposizione restituita dai restauri del Maschio Angioino? Perché un dipinto tornato alla luce non ha ancora suscitato, almeno pubblicamente, un confronto sulla sua possibile paternità?
Negli ultimi anni Castel Nuovo ha restituito alla città opere rimaste a lungo nei depositi, spesso prive di attribuzioni certe. Ma il recupero materiale non esaurisce il lavoro della tutela. Un dipinto restaurato deve tornare anche a interrogare la storia dell’arte. La Deposizione conserva un impianto quattrocentesco. Il corpo di Cristo è disteso orizzontalmente sul sepolcro, circondato dalla Vergine, da san Giovanni e dalla Maddalena, raccolti in un dolore trattenuto. È proprio quel corpo a suggerirmi una pista attributiva. Il torace è costruito attraverso un segno grafico riconoscibile. I pettorali, le costole e la ferita del costato sono definiti da una linea netta, quasi incisa, che convive con la morbidezza degli incarnati. Il disegno rimane leggibile anche nei passaggi più sfumati. Questo particolare mi riporta alla Deposizione dalla Croce proveniente dalla Disciplina della Croce di Napoli, attribuita a Pietro Befulco e collegata al controverso gruppo del Monogrammista PETR.
La questione attraversa gli studi di Ferdinando Bologna sulla pittura napoletana del secondo Quattrocento, quando l’eredità di Colantonio, il naturalismo fiammingo e la cultura iberica si intrecciano nella Napoli aragonese. L’identificazione del Monogrammista PETR con Befulco è stata proposta, ma resta discussa. Il confronto fra le due Deposizioni non riguarda tanto l’iconografia, largamente diffusa, quanto il modo di costruire il corpo di Cristo. Il rapporto fra contorno e modellato, la definizione del torace e delle articolazioni suggeriscono una parentela che potrebbe andare oltre la ripresa di un modello comune. Anche la dolcezza dei volti, soprattutto quelli della Vergine e di san Giovanni, sembra rinviare a una cultura figurativa nella quale il naturalismo fiammingo si accompagna a una maggiore morbidezza pittorica. Una datazione tra la fine del Quattrocento e gli inizi del Cinquecento appare dunque un’ipotesi da verificare. Non basta naturalmente una somiglianza per stabilire un’attribuzione. Occorrono il confronto diretto fra le opere e l’esame della documentazione di restauro. Ma la domanda può essere posta.
E se la Deposizione del Maschio Angioino fosse opera di Pietro Befulco o piuttosto del Monogrammista PETR?
Sarebbe un’occasione per tornare agli studi di Ferdinando Bologna e a un problema attributivo ancora aperto.
E allora lancio io il guanto di sfida agli storici dell’arte che non sono ancora venuti a vedere questa Deposizione. Quel segno grafico sul corpo di Cristo, così vicino a quello della Deposizione dalla Croce attribuita a Befulco o al Monogrammista PETR, mi sembra una ragione più che sufficiente per fermarsi davanti al dipinto. Magari per smentirmi. Ma dopo averlo guardato.

