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Il culturismo tipico della lotta quattrocentesca comunale

Scritto da Gabriele Crispo Il . Inserito in Vac 'e Press

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Pochi giorni fa sono usciti i dati economici relativi alla ripresa economica del nostro Paese che oramai- in uno scenario geopolitico difficile e sull'orlo del precipizio degenerativo rischia di rendere vano ogni sforzo- segnano molti più: la recessione è alle spalle, dicono.

Sembrava impossibile, ma è successo: dopotutto la ruota gira e si sa che non può piovere per sempre nonostante molte volte piova sempre sul bagnato.
I dati riportati dalla Banca d'Italia nel complesso sono più che incoraggianti: per Visco i dati rappresentano l'uscita dalla crisi che «deve essere però consolidata al più presto», c'è bisogno di riforme strutturali, che l'Italia ha avviato dal 2011 ma che non sono ancora state portate a termine.
I commenti sono stati numerosi, illustri e meno, sono tutti concordi nel vedere il Belpaese rimettersi in piedi, tornando a essere competitivo, in un Mondo in cui un paese dall’economia macroscopica come quella italiana non può certo permettersi scivoloni troppo prolungati: si rischia di essere assorbiti dal sistema e perdere competitività per sempre.
Ovviamente ciò che poco è stato rilevato è che, mentre il nord e il centro Italia sono in “piena” ripresa, naturalmente il sud è in ritardo, o per dirla tutta: il sud è ancora in recessione profonda. «La Campania nel 2014 era ancora in recessione», si sono manifestati segnali di ripresa che si confermano nel primo trimestre del 2015. Il Rapporto sull’economia della Campania non concede certo spazio all’ottimismo e nemmeno osa fare troppe previsioni data la situazione, anche politica, d’incertezza. Il quadro generale resta molto problematico. L’anno scorso il Pil regionale si è ridotto dell’1,9%, riuscendo a fare peggio dell'anno precedente (-0,6%). Il dato più preoccupante è quello che riguarda le esportazioni, che hanno sempre tamponato i danni all'economia della regione: la Campania nel 2014 ha dovuto fare i conti con un calo delle vendite all’estero di quasi il 2%, il Mezzogiorno ha fatto peggio si parla di cifre che si aggirano intorno al (-5%). I dati sulla disoccupazione continuano a segnare il segno meno e la cosa che più lascia sconcertati è l'immobilismo paludoso in cui versano i fondi europei, che tanto farebbero se spesi.
La Campania, non è l'unica regione a trovarsi ancora in piena recessione, Molise, Puglia, Calabria e soprattutto la Sicilia sono le regioni che fanno peggio, al contrario di regioni virtuose come la Toscana, il Veneto e la Lombardia che segnano dati di ripresa che riescono a portare il dato nazionale al (+0,6%) nonostante la mini-debacle meridionale.
Tuttavia abbiamo detto che “non può piovere per sempre”, nemmeno sul bagnato: i dati trimestrali portano finalmente segnali di ripresa. I settori coinvolti sono il turismo e l'agroalimentare, quest'ultimo cresce nel meridione di oltre il 6%, dato raggiunto soprattutto grazie gli ultimi trimestri dell'anno.
Insomma senza addentrarsi troppo in questa rete di numeri, si comprende che la medaglia come sempre ha due facce. Siamo alle solite: il Meridione è sempre lasciato a se stesso, nemmeno dopo un periodo difficile come questo, sembra affermarsi un senso di unità in un paese che unito lo è oramai da più di centocinquant'anni. La debolezza dell'Italia è stata sempre questo, la doppia velocità dell'economia: un nord, che fino a Roma, è competitivo e un Sud, da Roma in giù, debole e zona di villeggiatura. Senza banalizzare e semplificare eccessivamente il discorso si deve capire che uno Stato economicamente, ma soprattutto culturalmente avanzato è come un culturista che in palestra allena tutto il corpo e non soltanto quella parte a cui da (erroneamente) più importanza.
Entrando nel concreto del discorso e abbandonando le metafore qualunquiste: il problema è il decentramento- avviato dalla Bassanini I e II, portato avanti dalle Riforme Costituzionali del 2001, che nel 2009 a causa di una scellerata, ma forse inevitabile legge, ha portato il piano a compimento- al quale il governo vuole porre un freno accentrando e riformando il sistema. Parlare di federalismo fiscale e di bilancio di entrata e spesa in regioni, squilibrate come quelle Italiane, è una follia tipicamente Italiana... i residui di un’anacronistica battaglia comunale quattrocentesca, che la Lega ripudia, cercando voti al Sud, ma che ancora oggi i cittadini pagano.