fbpx

Al Teatro Bellini Casa di bambola, opera senza tempo di Henrik Ibsen

Scritto da Enrico Mezza Il . Inserito in Teatro

bellini teatro

Dal 21 al 26 febbraio, il Teatro Bellini proporrà una delle opere teatrali più note e discusse della seconda parte del XIX sec: Casa di bambola. Il dramma, scritto da Henrik Ibsen, rappresenta un vero spaccato della realtà dell’epoca, analizzata in modo critico.
Come riportato nei suoi diari dallo stesso Ibsen: “ci sono due tipi di leggi morali, due tipi di coscienze, una in un uomo e un'altra completamente differente in una donna. L'una non può comprendere l'altra; ma nelle questioni pratiche della vita, la donna è giudicata dalle leggi degli uomini, come se non fosse una donna, ma un uomo”. Di questa logica l’autore intende evidenziarne le aporie.

Casa di bambola nasce sulle rive dell’accogliente Mediterraneo, durante un soggiorno di Ibsen ad Amalfi, ma esprime connotati squisitamente vittoriani. Il dramma teatrale s’inserisce nel solco di una società in frenetico mutamento, in cui gli individui vivono una contrapposizione tra le strutture sociali di riferimento e quelle in evoluzione.

L’ultima parte dell’800 consegna al mondo una borghesia profondamente cambiata, pronta a consacrare la sua posizione egemone. Detta classe, contrassegnata da un costante attivismo in ambito commerciale ed economico, dovrebbe avere atteggiamenti fluidi. Ma così non è. Il mondo vittoriano impone rigide regole e convenzioni, che spesso schiacciano il soggetto, confinandolo in una sua dimensione sociale asettica e priva di coefficienti individualizzanti. Così è, soprattutto, per il ruolo della donna.

Come interpretata da Casa di bambola, quest’ultima assume un atteggiamento ingenuo e gregario; ben lontano dalla rivoluzione femminista che portò alle suffragette, il personaggio principale disvela tutte le contraddizioni della vita vittoriana, che concepiva una società a propulsione unicamente maschile. Nora, disubbidendo al dettato normativo dell’epoca, contrae illecitamente un’obbligazione con l’idea di salvare il marito ammalato. Nonostante la successiva guarigione di quest’ultimo, sulla protagonista pende l’illecito commesso per contrarre il debito.

A questo punto, la narrazione concede tutta la sua carica critica. Nora appare, ad ogni modo, come una persona incredibilmente ingenua e non preparata ad assumersi le responsabilità sociali che la sua età le imporrebbe. Più che salvare sé dalla galera, nell’ottica familiare conta non sporcare il buon nome del marito, gravando negativamente sulla sua carriera.

Quello proposta da Ibsen è uno spaccato angosciante della vita dell’epoca, ma dai contenuti incredibilmente moderni. Al di là del caso, l’autore analizza lucidamente il peso che sovrastrutture esercitano non solo sul nostro agire, ma sul nostro stesso pensare.

Modificando l’ordine degli addendi, è la stessa critica sociale che George Bernard Shaw muove alla sua società di riferimento, per taluni, promuovendo differenti ideali sociali. Senza voler scomodare particolari tesi filosofiche, come quella dell’eterno ritorno, la storia dell’uomo appare stretta tra le strutture create dai suo predecessori e gli orizzonti che osserveranno i suoi figli.

Buona visione.