Qualcuno sta leggendo i tuoi libri. E non è umano.
di Roberta Baiano
C’era una volta un libro.
E poi ce n’erano duecentomila.
Ma non sugli scaffali di una biblioteca polverosa o nelle wishlist dei lettori compulsivi.
No, no.
Stavano tranquillamente stipati, uno sull’altro, vicino all’altro, dentro una gigantesca libreria digitale, chiamata Books3.
Ed è in quella libreria, che Meta ha trovato cibo per il banchetto del suo algoritmo sempre affamato.
Ecco allora che una infinità di libri, coperti da copyright, firmati da autori indipendenti o grandi nomi dell’editoria, sono stati scaricati e scomposti per poi essere trasformati in dati.
I paragrafi, ridotti a stringhe di numeri, stili triturati e idee fagocitate sono stati dati in pasto all’intelligenza artificiale che li ha digeriti tutti, senza nemmeno dire grazie.
E adesso scrive.
Su richiesta, su misura.
E scrive così bene che delle volte sembra proprio di leggere uno degli autori di quei libri, derubati delle loro stesse idee.
Si tratta di un vero e proprio gioco sporco, dove l’innovazione si camuffa e opera un furto sistematico.
Il sospetto di ciò, ormai, è diventato quasi una certezza.
La cosa peggiore – qualora fosse facilmente identificabile una scala di numerazione – è che non si tratta solo di libri pubblicati.
Secondo quanto emerso, infatti, tra le pieghe di questi database potrebbero nascondersi anche opere inedite.
Sì. Avete letto benissimo.
Avete presente quelle anteprime editoriali blindate, accessibili solo a recensori fidati e addetti ai lavori? Qualcuno ha trovato la chiave.
E non era un lettore appassionato, anzi, un colosso.
The Atlantic ha acceso i riflettori con un tool che ha scandagliato LibGen.
E ciò che ha trovato puzza proprio di violazione.
Ora, se davvero un’intelligenza artificiale ha potuto nutrirsi di libri non ancora sul mercato, questo significa che le barriere di sicurezza non erano poi così solide.
Ammesso che qualcuno, dall’interno, abbia voluto lasciare volutamente la porta socchiusa.
Meta, dal canto suo, si difende dietro lo scudo del fair use, una clausola tutta americana che permette certi utilizzi anche senza consenso.
Ma il confine tra lecito e illecito – soprattutto in questa storia – sembra sempre più sfocato, soprattutto quando in ballo c’è l’intera industria editoriale.
Gli autori hanno cominciato a sbattere i pugni.
Hanno firmato lettere, chiesto regole, invocato giustizia.
Ma dall’altra parte per il momento resta solo silenzio.
E dietro quel silenzio, risuona forte il rumore assordante del potere.
Qui, però, non si parla solo di copyright.
Si parla di identità creativa, di mille voci.
Si parla di un algoritmo che impara a imitarti prima ancora che il tuo libro veda la luce.
Si parla di un ipotetico futuro in cui ciò che leggeremo sarà scritto molto probabilmente da una macchina allenata a replicare l’ingegno umano, senza che si riesca a riconoscerlo mai più.
E no, il fatto che “lo fanno tutti” non è una scusa valida.
Non lo era neanche all’asilo.
Non quando si calpesta chi scrive per vivere.
Nessuno qui vuole fare il luddista: l’AI sta davvero cambiando le carte in tavola, e in molti casi sta aiutando i lavoratori di ogni settore, editoria compresa – su entrambi i lati della barricata.
Ma proprio per questo è urgente ripensare le tutele esistenti e crearne di nuove, più solide, più serie.
Soprattutto quando si parla dell’uso di dati.
Perché i dati, personali o meno, non possono essere gettati alla cieca in pasto a qualcosa che evolve in modi che ancora forse non comprendiamo.
Un sistema che impara da sé, dagli altri, da tutto e di cui ignoriamo il prezzo reale dello scambio.
Qui non si tratta più solo di tecnologia.
Si rischia di trasformare la cultura in carburante a basso costo per modelli linguistici.
E contro questo, non basteranno proteste contro la fiera del libro di turno.
Chi scrive, chi pubblica, chi legge, tutti noi siamo dentro questo esperimento.
Ma nessuno ci ha chiesto se volevamo partecipare.
Sia chiaro, Meta dovrà rispondere.
Dovrà spiegare da dove arrivano questi dati, come li ha ottenuti, chi ha pagato il prezzo.
Perché un bivio ci aspetta.
E se continueremo a nutrire l’intelligenza artificiale attraverso un vero e proprio furto del passato, allora il futuro della scrittura non sarà più un racconto da leggere.
Sarà solo un’imitazione.
Perfetta, okay.
Ma vuota.

