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Dopo il Referendum, e col nuovo governo Gentiloni è tempo di bilanci e propositi per Il PD

Scritto da Marco Di Lello Il . Inserito in A gamba tesa

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Un nuovo governo si presenta alle Camere, dopo le dimissioni di Matteo Renzi. Dimissioni inevitabili, quando un Presidente del Consiglio subisce una sconfitta su una questione importante, che necessariamente mette in ombra gli indubbi successi pure conseguiti nei mille giorni di governo.
Inevitabile anche che queste dimissioni andassero rassegnate in Parlamento, se ne facciano una ragione coloro, certi curiosi difensori arcigni della lettera della Costituzione, che ora scoprono, sorpresi, che siamo una Repubblica parlamentare. Del resto, la riforma era stata proposta seguendo le procedure perfettamente previste dai Costituenti: nessuno può dire, in buona fede, che i sostenitori del Si non avessero a cuore valori e spirito della Carta.

Comunque, il popolo italiano ha scelto: per un po’, di riforme istituzionali non si parlerà, anche se la loro necessità non viene certo meno; ora però urge mettere mano al governo del Paese. Una maggioranza parlamentare c’è, imperniata sul Partito democratico, anche perché il No referendario non ha mostrato, in positivo, né una proposta né un volto alternativi. Il governo Gentiloni, io credo, non potrà che mantenersi nel solco del suo predecessore: in primo luogo sulla legge di bilancio ed il relativo contenzioso con l’Europa su quanto e come spendere per sostenere la ripresa economica. Stiamo correndo il rischio di apparire deboli, che quindi possano evaporare gli accordi ottenuti con l’Unione Europea sulla flessibilità di bilancio, se gli italiani saranno percepiti come inaffidabili, in preda alle loro solite crisi di governo.

Occorre dare al più presto il segnale che l’Italia degli ultimi anni, non più rassegnata alle lacrime e sangue, europeista ma che sa difendere i propri valori e i propri interessi, è ancora lì, al suo lato del tavolo europeo. Dall’emergenza terremoto, alla gestione dei flussi di profughi, ai rischi del terrorismo internazionale, alla necessaria crescita del Mezzogiorno, il nuovo governo avrà molto da fare. Per noi riformisti, socialisti, democratici, c’è anche molto da fare sul piano dell’azione politica: la sconfitta referendaria deve essere di insegnamento al PD, che rimane il primo partito italiano, e anche la forza politica con maggiori responsabilità e quindi maggiori doveri verso il Paese. Ammettiamo sinceramente di non aver ancora guadagnato la fiducia di tante persone, specialmente al Sud, e in Campania per esempio; troppi anni di cattiva politica, di delusioni, di sfiancante crisi economica.

Troppi anni in cui un partito sostanzialmente assente ha perso ogni connessione sentimentale con i propri potenziali elettori. Anche perché non abbiamo saputo mostrare appieno la nostra anima, i nostri ideali. Non abbiamo ascoltato abbastanza, non abbiamo comunicato abbastanza, non abbiamo coinvolto abbastanza gli italiani e le italiane in un progetto che ha in Renzi un leader, ma non ancora radici abbastanza salde in ogni città e in ogni ambito della società. Torniamo quindi a parlare e ad ascoltare: a coltivare una presenza tra la gente, a impegnarci, a spiegare le nostre ragioni.

Costruiamo un luogo dove si pesino le idee anziché contare le tessere.

Torniamo a dare una speranza a chi sta indietro ed un'opportunità a chi vuole mettersi in gioco. Daremo a queste ragioni, le nostre di sempre, della libertà e della giustizia sociale, migliori strumenti, migliori argomenti. Non vi rinunceremo. A Napoli come a Roma.