10 Febbraio, Giornata del Ricordo delle foibe e dell’esodo giuliano-dalmata. L’esperienza della testimone Rosita Marchese

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di Alessandra Macci e Domenico Cirella

 

“La cultura è, per me, costruzione di ponti e distruzione di muri e barriere: sono profuga istriana, nata nel 1944 ad Umago; ho vissuto per un periodo nelle baracche del Bosco di Capodimonte, dove era stato allestito un campo profughi. Malgrado una vita e un’infanzia difficile, non ho risentimenti e non ho mai coltivato l’odio. Dopo l’esodo, i miei genitori non sono mai più tornati; io, invece, sono tornata e sempre volentieri. In Croazia, ad Umago, non ho mai immaginato nemici, ma cittadini come me che la guerra aveva portato nel luogo che mi apparteneva” (Rosita Marchese, in occasione della Giornata del Ricordo 2026).

Nata il 30 luglio 1944 a Cipiani, piccola frazione di Umago che, all’epoca, era provincia di Pola, una città abitata prevalentemente da contadini e pescatori, e battezzata nella locale chiesa di Matterada, Rosaria Marchese detta Rosita, è diretta testimone di quell’esodo giuliano-dalmata che avrebbe portato, tra le altre cose, alla frammentazione dell’intera famiglia materna; se, infatti, i nonni rimasero nella loro casa ad Umago in Istria, gli zii materni si divisero, tra Trieste, Pordenone e Canada. Uno dei fratelli della madre rimase nella Jugoslavia di Tito, interrompendo i rapporti familiari.

Nell’ambito di quell’esodo la sua famiglia scelse Napoli, luogo originario di suo padre Adriano.

Chi è Rosita Marchese.

Entrata ad appena 19 anni, nel luglio del 1963 e quindi subito dopo il liceo, nel settore amministrativo della RAI Radiotelevisione italiana, azienda che dieci anni prima aveva avviato le trasmissioni televisive e che aveva da poco inaugurato il secondo programma, Rosita Marchese vive appieno, pur dai settori amministrativi, il periodo in cui la tv, diretta da Ettore Bernabei, produce e trasmette programmi culturali quali TV7, e sceneggiati tratti da romanzi di Tolstoj, Alessandro Manzoni, A.J. Cronin, o quali l’Odissea;  un clima stimolante, che contribuisce ad orientare la giovane Rosita, in quegli anni iscritta alla Facoltà di Lettere all’Università di Napoli, verso l’indirizzo dello Spettacolo, in cui si laurea col massimo dei voti.

Da quel momento la Marchese colleziona dunque, come manager culturale e spesso nel segno pioneristico dell’innovazione, esperienze significative sia nel settore pubblico che nel privato. Prima nel pubblico, e quindi alla Rai, dove ricopre, fino ad aprile del 2000, ruoli amministrativi e produttivi presso il Centro di produzione di Napoli, poi alla Direzione di Rai Tre di Roma, infine nell’ambito della Presidenza, con cui collabora, essenzialmente da esterna, alla realizzazione di programmi culturali e fiction. Successivamente nel settore privato, presso i canali satellitari del gruppo Stream – Sky Italia, presso i quali ricopre il ruolo di direttore responsabile del Centro di produzione e Centro di distribuzione; dirige, dal 2000, il nuovo centro di via Salaria a Roma; riceve l’Oscar delle tv satellitari per la prima edizione del “Grande fratello” in diretta h. 24.

Dopo la realizzazione nel periodo 2003-04, con la Società Gioco Calcio Spa, della nuova piattaforma satellitare per le riprese e la distribuzione delle partite del campionato di Serie B, recupera, con la nomina a consigliere di amministrazione del Teatro San Carlo di Napoli (luglio 2006 – agosto 2007), la sua iniziale vocazione per la cultura tout-court; Teatro San Carlo per il quale, nel 2008, è anche consulente del commissario straordinario al teatro stesso.

Consigliere di amministrazione, negli anni 2010-11, della Fondazione Lirica del Teatro Verdi della “sua” Trieste, ultima città istriana d’Italia, e dello STOÀ – Istituto di Studi per la Direzione e Gestione di Impresa, e attiva, dal 2006 al 2021, nella Commissione per la Cinematografia – Sezione interesse Culturale/Lungometraggi del Ministero per i Beni e le Attività Culturali, dal 2004 al 2021 collabora con la Camera dei Deputati alla realizzazione di infrastrutture per la gestione del palinsesto e la messa in onda di trasmissioni su canale TV satellitare; e in supervisione, all’installazione di apparati per la migrazione analogico/digitale dei servizi radiotelevisivi.

Grazie alla notevole esperienza accumulata in ambito culturale sia nel pubblico che nel privato, nel giugno 2021 è nominata presidente (prima donna) del CdA dell’Accademia di Belle Arti di Napoli, accademia che, fondata da Carlo di Borbone nel 1752 e sita nell’ex complesso di San Giovanni Battista delle Monache di Napoli, è una delle più prestigiose e antiche d’Italia; un incarico confermatole per un ulteriore triennio nel giugno del 2024 che lei, profuga istriana, indirizza soprattutto verso progetti che prevedano la costruzione ideale di ponti tra culture. Non a caso, nel corso di una sua recente intervista a “Io Donna” – nella quale dichiara, peraltro, la volontà di valorizzare nell’Accademia i talenti femminili, policy che ha consentito di conseguire il primo posto nella classifica Italy’s Best Employer for Women, edizione 2026 – insiste sull’importanza del “lavoro d’équipe per […] costruire reti di collaborazioni con università e istituti di ricerca, senza frontiere”; e soprattutto sulla necessità di “creare un ponte culturale e creativo tra Napoli, i Balcani, il Medio Oriente e il Nord Africa, con il coinvolgimento di dieci istituzioni internazionali”, il cui chiaro esempio è rappresentato dal progetto dell’Accademia, Crossing, Art Without Limits (Micaela Zucconi, Al lavoro con… Rosita Marchese Presidente dell’Accademia di Belle Arti di Napoli, Io Donna, 1 dicembre 2025, https://www.iodonna.it/attualita/famiglia-e-lavoro/2025/12/01/al-lavoro-con-rosita-marchese/).

Oltre alle molteplici attività svolte nell’ambito dell’Accademia, oggi la Marchese continua a coltivare le sue grandi e antiche passioni che, a Napoli, sono cinema e teatro, e, nella sua casa di Anacapri, dove si reca periodicamente per rilassarsi, le rose del suo giardino. E tra i principali interessi, ovviamente la lettura, di saggi e romanzi, di cui ancora oggi continua a fare “intenso scambio” con il figlio Alfredo, ingegnere. Ma soprattutto, convinta della necessità di “testimoniare il dolore di un popolo, un esodo lungo, con atrocità, delazioni, perdita di tutto” e di combattere ogni “lettura distorta degli avvenimenti”, continua a dare il suo contributo in occasione del 10 Febbraio, Giornata del Ricordo, una solennità civile nazionale italiana che, istituita con la legge n. 92 del 30 marzo 2004 in occasione dell’anniversario del Trattato di Parigi del 10 febbraio 1947 – trattato con il quale l’Italia dovette cedere alla Jugoslavia Fiume, gran parte dell’Istria e della Venezia Giulia, Zara e la sua provincia – commemora, partendo dalla sua esperienza personale, la triste stagione delle foibe e dei profughi istriani (si veda l’articolo “Bosco di Capodimonte: la magnolia insaponata della mia infanzia. Il ricordo di Rosita Marchese, presidente dell’Accademia di Belle Arti di Napoli”, https://www.premiogreencare.org/bosco-di-capodimonte-la-magnolia-insaponata-delle-mia-infanzia-il-ricordo-di-rosita-marchese-presidente-dellaccademia-di-belle-arti-di-napoli/). In quegli anni la popolazione italiana in Istria, che era stata spesso identificata, durante il Ventennio, con il fascismo stesso, e dunque accusata di aver duramente gestito i territori dalmati e istriani e imposto alle popolazioni slave una italianizzazione forzata, viene infatti vista, dal movimento di liberazione jugoslavo guidato dai partigiani del maresciallo Tito, come ostacolo alla nascita, e poi al consolidamento, di quello stato jugoslavo progettato dallo stesso Tito; e quindi fin dal 1943, e ancor più, dopo il Trattato di Parigi del 1947, sottoposta a processi sommari, atti di violenza, rappresaglie, confische di case, terre e ricchezze, infoibamenti.

La mente di Rosita Marchese torna spesso, quindi, a quegli anni, quando, fuggita dall’Istria con la famiglia e giunta al centro di smistamento di Trieste, arriva poi a Napoli – di cui, si è detto, era originario il padre Adriano – avendo subito modo di apprezzare la solidarietà napoletana: il parroco della Speranzella, ai Quartieri Spagnoli, trova infatti loro una stanza in famiglia, in Vico Canale ai Cristallini nel Rione Sanità, sistemazione provvisoria che avrebbe loro consentito di ambientarsi alla nuova città, prima di approdare al campo allestito per i profughi giuliani nel Bosco di Capodimonte.

Rosita trascorre dunque gran parte della sua infanzia (dal 1947 al 1954) in una minuscola baracca del campo profughi del Bosco; un unico ambiente, diviso in due da una parete in cartongesso realizzata dal padre, con un armadio, fatto di cartone e assi di legno, pure quello costruito dal padre; infine, una sorta di angolo cottura, costituito da un piccolo cucinino alimentato, ovviamente, con quella legna che nel Bosco di Capodimonte di certo non mancava.

Così come le due sorelle, Rosita è quindi mandata in “collegio”. E a lei tocca l’orfanotrofio dell’Arco Mirelli del quartiere Chiaia, tenuto dalle suore di San Vincenzo, struttura in cui trascorre i primi quattro anni delle scuole elementari. Sola, e lontana anche dalle sorelle, nel frattempo affidate ad altre strutture, ha però la fortuna di poter vedere spesso la mamma, che va lì a cucire abiti e grembiuli; e, durante le recite di beneficenza, per le quali viene scelta per la sua buona dizione italiana, anche altri membri della famiglia. Durante i giorni di festa e le pause estive ritorna poi al Bosco, dove,  grazie ai giochi e la vita all’aria aperta, può condurre una vita tutto sommato serena. Con altri bambini, raccoglie infatti sacchi di ghiande, destinate ai maiali dei contadini della vicina località di San Rocco, guadagnando così qualche soldo; e funghi, erbe e ortaggi selvatici, che vanno ad integrare la dieta, povera, delle famiglie profughe, pure aiutate, dalle istituzioni, con forniture di derrate alimentari, tra cui grosse scatole di formaggio giallo e latte in polvere.

Nonostante la dura vita da “baraccati”, per gli adulti non mancano, nel Bosco, momenti di serenità; ciò grazie ad una vita condotta in modo comunitario, con qualche serata di canti e balli organizzata in una baracca più grande destinata a balera; e feste religiose, in particolare quella del 3 novembre dedicata a San Giusto – santo venerato dalla comunità giuliana, e patrono di Trieste – che si svolge in un secondo, piccolo campo del Bosco, feste durante le quali i giovani si sfidano alla corsa dei sacchi, al tiro alla fune e alla scalata di una magnolia per l’occasione insaponata, pianta tuttora presente nei pressi della Fagianeria del Bosco.

Rispetto a quegli eventi, negli adulti prevarrà comunque, per il resto della vita, un sentimento di dolore e tristezza. “Per i miei genitori – dichiarerà la Marchese in un’intervista – sono stati anni durissimi, sui quali ha pesato un dolore mai, mai sopito. Avevano una nostalgia struggente, ma non sono mai più tornati in Istria, mia madre fermava il suo sguardo sulle punte di Pirano e Salvore sempre da Trieste. Hanno mantenuto un dignitoso silenzio impegnati a costruire per noi un futuro senza odi e rancori” (“Bosco di Capodimonte: la magnolia insaponata della mia infanzia. Il ricordo di Rosita Marchese, presidente dell’Accademia di Belle Arti di Napoli”, cit.).

Immigrata ante litteram, seppure di fatto italiana, la Marchese ha preso parte al documentario di Prospero Bencivenga, World Napoli (2007), film sull’immigrazione e sulle varie etnie che coesistono nel XXI secolo in Napoli e dintorni; documentario che, presentato in anteprima in una sua prima versione, alla 62a Mostra del Cinema di Venezia (2005), fissa lo sguardo sui minori immigrati, sul loro rapporto con il territorio che li ospita, sul viaggio d’arrivo, sullo sradicamento e, soprattutto, sulla condizione di doppia identità – vissuta sessant’anni prima dalla stessa Rosita – in una Napoli, ora multicromatica e polifonica, che si conferma città di cultura anche nella sua capacità di costruire, per dirla con Rosita, ponti e non muri.

La legittima difesa. Difendersi non è giustificarsi: l’ultima parola è sempre umana

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di Luca Orlando

Con questo trentesimo e ultimo articolo della rubrica QdN sulla legittima difesa, è tempo di tirare le somme e guardare a quanto è emerso lungo il percorso.

Chi si difende non pensa al codice. Non valuta la proporzione, non misura il rischio, non consulta una norma. Si difende e basta. E quando tutto è finito, quando il rumore si spegne e resta solo il silenzio – quello di chi è stato colpito, e quello interiore di chi ha colpito – è lì che inizia il processo. Non solo quello penale. Quello morale. Quello pubblico. Quello personale. continua la lettura….

Smart working, i dati smentiscono i pregiudizi sulla presenza in ufficio

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di Roberta Baiano

 

Il dibattito sul lavoro agile continua a essere affrontato come se fosse una deroga temporanea, quando i numeri raccontano tutt’altro. La produttività, per esempio. Chi lavora in smart working tende a rendere di più, non per magia, ma perché può organizzare il proprio tempo in modo più razionale e operare in contesti che favoriscono concentrazione ed efficacia. L’idea che l’ufficio, di per sé, garantisca migliori risultati è sempre meno sostenuta dai fatti continua la lettura….

Sondaggi politici 2027: centrodestra avanti, ma la partita resta apertissima

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Se si votasse oggi per le elezioni politiche del 2027, il centrodestra risulterebbe ancora in vantaggio, ma con margini estremamente ridotti rispetto al trionfo del 2022. A fotografare uno scenario molto più equilibrato è il nuovo sondaggio dell’agenzia Piave, pubblicato da Fanpage.it, che simula la distribuzione dei seggi con l’attuale legge elettorale continua la lettura….

La legittima difesa. Il ruolo dei sindaci: ordinanze e sicurezza dal basso

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di Luca Orlando

 

La legittima difesa, per molti, è una questione di codice penale. Per altri, un tema politico da campagna elettorale. Ma per chi amministra le città, i paesi, i territori reali — quei luoghi fatti di strade poco illuminate, parchi abbandonati, case isolate — la sicurezza è prima di tutto una responsabilità quotidiana. E oggi più che mai, i sindaci si trovano al centro di una tensione crescente: da un lato i cittadini che chiedono protezione, dall’altro strumenti limitati, risorse scarse e una burocrazia spesso soffocante.

Nonostante ciò, sono proprio i sindaci a rappresentare, in molti casi, il primo volto dello Stato che le persone incontrano. Sono quelli a cui si scrive su Facebook, che ricevono le segnalazioni per i furti nelle case, i vandalismi, gli episodi sospetti. Sono loro che raccolgono la paura diffusa. E spesso, pur non avendo competenze dirette in materia di ordine pubblico, provano comunque a intervenire.

Come? Con le ordinanze, le collaborazioni con le forze dell’ordine, l’installazione di telecamere, il potenziamento dell’illuminazione pubblica, il sostegno ai gruppi di controllo di vicinato. In alcune città, sono nate vere e proprie unità di sicurezza urbana, con vigili formati per presidiare le zone più sensibili e stabilire un contatto diretto con i residenti. Sono tentativi, spesso creativi, di ricucire la fiducia tra cittadino e istituzione partendo dal basso.

Eppure, il margine d’azione è ristretto. Le ordinanze sindacali, per esempio, possono regolamentare l’orario di apertura dei locali, limitare la vendita di alcolici in certe zone, intervenire su situazioni di degrado, ma non possono sostituirsi alla repressione penale e non possono risolvere problemi strutturali come la criminalità organizzata, la mancanza di presidio statale o la giustizia lenta.

Ci sono però sindaci che si sono fatti portavoce delle istanze legate alla legittima difesa. Alcuni hanno chiesto leggi più incisive, altri hanno messo a disposizione fondi comunali per le spese legali di cittadini accusati dopo essersi difesi da un’aggressione. Misure simboliche, certo, ma che rivelano un profondo senso di vicinanza al territorio.

Questa attenzione è fondamentale, perché quando si parla di legittima difesa, non si parla solo di leggi: si parla di percezione di abbandono. E ogni sindaco che risponde, che ascolta, che si mostra presente, aiuta a ridurre quella distanza tra il cittadino e le istituzioni. Aiuta a far sì che le persone non si sentano costrette a difendersi da sole.

Serve però un passo in più. Serve che lo Stato riconosca il ruolo chiave delle amministrazioni locali nella costruzione della sicurezza, che affidi più strumenti, più fondi, più competenze ai comuni, perché nessuna riforma della legittima difesa sarà mai efficace se non parte dal territorio, se non considerano le differenze tra un centro storico e una frazione isolata, tra un quartiere vivo e uno dimenticato.

Tribù. Oltre la pubblicità.

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Di Roberta Baiano

 

Nel panorama contemporaneo della comunicazione, il marketing tribale si afferma come una delle risposte più efficaci alla crisi delle strategie pensate per un pubblico indistinto. Non si tratta di inseguire grandi numeri, ma di riconoscere e coltivare gruppi di persone che condividono riferimenti comuni, valori riconoscibili e un’identità collettiva. La “tribù” non è una metafora folkloristica: è un insieme coeso che si riconosce in simboli, rituali e linguaggi condivisi, e che trova in un marchio o in un’idea un punto di riferimento.

Questa strategia ribalta la relazione tradizionale tra azienda e consumatori. Il focus non è più sul prodotto in sé, ma sul legame che si crea attorno ad esso. Il marketing tribale funziona quando il marchio smette di parlare alle persone e inizia a dialogare con loro, dimostrando di conoscerne bisogni, aspettative e codici culturali. In questo contesto, l’engagement non è forzato, ma nasce dalla partecipazione spontanea dei membri della comunità, che si sentono parte attiva di qualcosa che li rappresenta.

Il concetto prende forma negli anni Novanta grazie alle riflessioni di Seth Godin, che invita le aziende ad abbandonare la logica del mercato di massa per concentrarsi su gruppi ristretti ma fortemente coinvolti. È però con la diffusione di internet e, soprattutto, dei social media che il marketing tribale trova la sua piena maturazione. Le piattaforme digitali permettono alle tribù di nascere, organizzarsi e comunicare con estrema rapidità, rafforzando il senso di appartenenza e rendendo la relazione tra i membri continua e visibile.

I benefici di questo approccio sono molteplici. Da un lato, si costruiscono relazioni più autentiche e durature, fondate su fiducia e fedeltà. Dall’altro, il passaparola diventa un motore centrale della comunicazione: chi fa parte della tribù tende naturalmente a raccontare la propria esperienza agli altri membri, amplificando il messaggio senza bisogno di investimenti pubblicitari massicci. La personalizzazione della comunicazione e la riduzione dei costi rispetto alle strategie tradizionali sono conseguenze dirette di questo meccanismo.

Alcuni casi mostrano con chiarezza il potenziale del marketing tribale. Comunità come l’Harley Owners Group o i sostenitori più accaniti dei prodotti Apple dimostrano come un marchio possa trasformarsi in un elemento identitario. In ambito musicale, il fenomeno legato a Taylor Swift è particolarmente emblematico. La comunità degli “Swifties” non si limita a seguire l’artista, ma ne diventa una vera e propria estensione comunicativa. Entrare a far parte della tribù è semplice, così come assimilare i suoi rituali: dai braccialetti dell’amicizia, divenuti simbolo di riconoscimento, fino ai riferimenti geografici e agli indizi nascosti disseminati nei contenuti e nelle apparizioni pubbliche, che invitano i fan a decifrare messaggi e anticipare sviluppi futuri.

Questi rituali trasformano la promozione in un gioco collettivo, in cui la condivisione dei contenuti avviene a costo zero per l’artista e diventa, per la comunità, una forma di intrattenimento. I risultati sono evidenti: numeri elevatissimi in termini di ascolti, vendite e visibilità, ottenuti senza ricorrere a campagne tradizionali invasive. A rafforzare ulteriormente il legame contribuiscono gesti simbolici e concreti, come incontri informali, accessi privilegiati o iniziative di sostegno diretto ai fan.

Il marketing tribale dimostra così che, in un contesto saturo di messaggi pubblicitari, la vera leva competitiva non è gridare più forte, ma costruire appartenenza. Quando una comunità si riconosce in un marchio, è la tribù stessa a farne la voce più credibile ed efficace.

 

Consiglio regionale, partita aperta sulle commissioni

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Lo stallo sulle commissioni consiliari rischia di diventare il primo vero banco di prova politico della nuova maggioranza che governa la Regione Campania. A pochi giorni dall’insediamento ufficiale del Consiglio regionale, l’accordo sulle presidenze delle otto commissioni permanenti è tutt’altro che definito e le tensioni interne al cosiddetto “campo largo” sono ormai esplicite continua la lettura….

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