Consiglio regionale, partita aperta sulle commissioni

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Lo stallo sulle commissioni consiliari rischia di diventare il primo vero banco di prova politico della nuova maggioranza che governa la Regione Campania. A pochi giorni dall’insediamento ufficiale del Consiglio regionale, l’accordo sulle presidenze delle otto commissioni permanenti è tutt’altro che definito e le tensioni interne al cosiddetto “campo largo” sono ormai esplicite continua la lettura….

Roberto Fico presenta la nuova Giunta

Campania, varata la Giunta Fico: dieci assessori per il nuovo corso regionale

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Dopo settimane di trattative, Roberto Fico ha sciolto le riserve e presentato la nuova Giunta della Regione Campania. A meno di un mese dall’elezione e a 22 giorni dalla proclamazione ufficiale, il presidente ha definito una squadra di dieci assessori che riflette gli equilibri del “campo largo” Pd–M5s–Avs–Psi, senza escludere figure legate all’esperienza dell’ex governatore Vincenzo De Luca continua la lettura….

La giunta Fico e la resa dei conti nel Pd campano

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La nascita della prima giunta regionale guidata da Roberto Fico in Campania, a oltre un mese dalle elezioni, si è trasformata in una partita politica ad altissima tensione. Altro che fisiologici tempi tecnici: il vero nodo è una guerra di potere interna al Partito Democratico e, più in generale, agli equilibri del campo largo che ha vinto le Regionali. Una guerra che mette a nudo tutte le contraddizioni del post–De Luca continua la lettura….

La legittima difesa. Polizia e legittima difesa: quando lo Stato si sostituisce

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di Luca Orlando

 

C’è un principio cardine che regge le democrazie moderne: lo Stato detiene il monopolio dell’uso legittimo della forza. È un concetto che ci accompagna da secoli, da quando l’umanità ha capito che la giustizia non può essere lasciata alla vendetta privata, al duello, all’istinto. Eppure, ogni volta che un cittadino si difende con le proprie mani, quel principio viene messo alla prova. Perché, se davvero lo Stato protegge, perché c’è ancora chi si sente costretto a farlo da solo?

La presenza della polizia, dei carabinieri, delle forze dell’ordine dovrebbe bastare, ma la realtà racconta un’altra storia. In molte zone d’Italia, soprattutto nelle aree periferiche o rurali, le pattuglie scarseggiano, le segnalazioni tardano, l’intervento arriva troppo tardi. E così, il cittadino si sente abbandonato, esposto, vulnerabile. In quella solitudine nasce la scelta di difendersi in prima persona. Una scelta che non sempre nasce dalla rabbia, ma dalla sfiducia.

È qui che la legittima difesa si trasforma, paradossalmente, in una supplenza dello Stato. Il cittadino agisce dove lo Stato manca, ma è un equilibrio pericoloso, perché se diventa la regola, si rischia di sostituire l’autorità pubblica con la giustizia fai-da-te. Si scivola verso un modello in cui ognuno protegge ciò che può, con i mezzi che ha. Un modello diseguale, sbilanciato, instabile.

Eppure, le forze dell’ordine non stanno a guardare. Molti operatori di polizia conoscono bene il territorio, sanno dove la paura è più forte e dove il senso di insicurezza si è trasformato in rassegnazione. Spesso cercano un contatto diretto con la popolazione, presidiano i quartieri con iniziative di prossimità, organizzano incontri nelle scuole, nei condomini, nelle parrocchie. Ma senza risorse, senza organico, senza strumenti, anche la buona volontà rischia di svanire.

Il problema è più ampio: è la frattura tra cittadino e istituzione. Chi si difende da solo, lo fa perché non si sente protetto. Non si fida più. È una crisi di fiducia, prima ancora che un problema di ordine pubblico. Una crisi che si combatte non solo con più agenti, ma con più presenza umana, più ascolto, più visibilità dello Stato nei luoghi dove oggi regna il vuoto.

Quando la legittima difesa diventa un gesto frequente, lo Stato deve chiedersi non solo se è legittima, ma perché è diventata necessaria. E allora la risposta non sta in nuove leggi, ma in vecchie responsabilità: presidiare, prevenire, proteggere.

In fondo, un cittadino che si difende non è solo un individuo che reagisce. È un segnale. Un termometro sociale. Una spia che si accende e dice: “Qui lo Stato è arrivato tardi, o non è arrivato affatto”. E quella spia non si spegne con un processo. Si spegne solo con una presenza concreta.

In altre parole, la legittima difesa non è mai una vittoria. È una resa temporanea dello Stato. E una democrazia, se vuole restare tale, non può accettarla come normalità.

Napoli, 2.500 anni di storia: auguri alla città eterna del Mediterraneo

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Il 21 dicembre Napoli celebra i suoi 2.500 anni di storia. Una data simbolica, scelta in relazione al solstizio d’inverno, momento carico di significati per il mondo antico: il giorno in cui la luce ricomincia a prevalere sulle tenebre. Secondo la tradizione, proprio in questa data, nel 475 a.C., i Cumani fondarono Neapolis, la “città nuova”, dopo la separazione dall’antica Parthenope, oggi inglobata nel tessuto urbano continua la lettura….

Giovanna I e Giovanna II: il trono e la colpa

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di Roberta Baiano

 

Il potere, quando è esercitato da una donna, raramente viene raccontato per quello che è.

Più spesso viene aggirato, travestito, piegato a una narrazione più comoda.

È quello che accade anche a Giovanna I d’Angiò e a Giovanna II d’Angiò-Durazzo, due regine finite dentro un racconto che ha preferito il sospetto alla complessità, il mito alla politica.

 

Giovanna I non sceglie il proprio destino. Le viene assegnato quando è ancora bambina.

A sei anni è già vincolata a un contratto matrimoniale con il cugino Andrea d’Ungheria, che ne ha sette. Un accordo pensato per blindare la successione al trono di Napoli.

Quando Giovanna viene incoronata Regina, ad Andrea resta il titolo di duca di Calabria.

Una distinzione che sembra marginale, ma che in un regno fragile alimenta fratture profonde, ambizioni familiari e rivalità pronte a esplodere.

 

È in questo contesto che Agnese, madre di Carlo di Durazzo, agisce senza esitazioni.

Fa rapire Maria d’Angiò, sorella di Giovanna, e la costringe a sposare il figlio, mentre i cugini duchi di Taranto restano in attesa, pronti a inserirsi al primo varco.

La svolta arriva con la malattia di Agnese.

Il medico chiede un campione di urine per la diagnosi, ma quello che riceve appartiene a una donna incinta.

L’inganno è ormai apparecchiato: il medico dichiara che Agnese aspetta un bambino. La vergogna travolge la famiglia, Agnese viene isolata.

È a questo punto che Giovanna decide di intervenire e la fa eliminare con un clistere avvelenato.

 

In un solo gesto vendica il rapimento della sorella, rimuove una minaccia concreta e lancia un avvertimento.

 

Un avvertimento che Andrea non raccoglie. Non si rassegna mai al ruolo marginale che gli è stato imposto.

Restare senza la corona di Napoli diventa per lui un’umiliazione crescente. Parla di partire, di allontanarsi dal regno, lasciando intendere un ritorno armato.

Quando dal Papa arriva il via libera per l’incoronazione, la tensione sembra allentarsi.

È proprio in quel momento che Andrea viene colto di sorpresa. Al Castello di Aversa, richiamato con la scusa di comunicazioni urgenti, si ritrova improvvisamente circondato.

Prova a reagire, ma non ha scampo. Viene ucciso e il corpo abbandonato nel giardino, perché la morte sembri il frutto di un incidente.

Da quel momento, per molti, Giovanna diventa un’uxoricida.

 

Il dolore dura poco.

L’amore per Luigi di Taranto, coltivato da tempo, prende il sopravvento.

Il matrimonio, celebrato senza licenza papale, innesca però una nuova crisi e Luigi si rivela violento e spietato. Usa persino il fratello del primo marito per invadere il regno di Napoli.

Giovanna è costretta a fuggire in Provenza.

 

Napoli, però, reagisce. La città insorge contro gli ungheresi, li scaccia e chiede il ritorno della Regina sul trono.

Un passaggio spesso lasciato sullo sfondo.

Giovanna rientra, firma la pace e ritenta la via del matrimonio.

Dopo la morte di Luigi di Taranto sposa Giacomo IV di Maiorca, che muore presto senza lasciare eredi. Subito dopo ci riprova con Ottone di Brunswick.

 

Come se non bastasse, la politica ecclesiastica aggiunge un ulteriore carico.

L’elezione di Urbano VI non viene accettata e viene nominato un antipapa, Clemente VII, che scomunica Giovanna.

Carlo di Durazzo, rimasto in attesa, marcia su Napoli. Giovanna si rifugia a Castel Nuovo.

Carlo viene proclamato Re e ordina immediatamente la sua morte per strangolamento.

 

Con Giovanna II il racconto cambia forma, ma non sostanza.

Figlia di quello stesso Carlo III d’Angiò che aveva spodestato Giovanna I, cresce in una dinastia abituata a governare territori sparsi nel Mediterraneo.

Rimasta vedova dopo pochi anni di matrimonio, si ritrova a reggere un’eredità vasta e instabile. Un potere enorme, esposto a ogni tipo di assalto.

 

Poco dopo l’incoronazione, nel 1415, segue il consiglio di Pandolfello Alopo, con cui intrattiene una relazione, e decide di risposarsi.

Giacomo II di Borbone sembra una soluzione politica, ma si rivela una trappola.

Forte dell’appoggio di parte dei baroni napoletani, prende il controllo del regno, fa arrestare e decapitare Alopo e rinchiude Giovanna nel Castel Nuovo.

La Regina resta prigioniera per circa un anno.

 

A liberarla, ancora una volta, è Napoli.

È il sostegno delle persone e dei sudditi più fedeli a restituirle il trono. Giacomo fugge in Francia e si rifugia in un convento.

 

In questo vuoto entra Sergianni Caracciolo, uomo sposato con Caterina Filangeri, figlia del conte di Avellino.

La loro relazione è lunga e irregolare, attraversata da fasi di fiducia e di sospetto, mentre il regno continua a essere conteso da Luigi III d’Angiò e poi da Alfonso d’Aragona, inizialmente accolto come alleato e presto divenuto nemico.

Il rapporto si spezza quando Giovanna II rifiuta la pretesa di Caracciolo di concedere in dono di nozze per il figlio i principati di Salerno e Amalfi.

La cugina della Regina, duchessa di Sessa, lo accusa di aspirare al trono. È sufficiente.

Giovanna organizza una congiura. Durante la festa nuziale del figlio di Caracciolo, a Castel Capuano, quattro sicari lo raggiungono. Viene strangolato e accoltellato.

 

Negli anni successivi la memoria di Giovanna II si deforma.

Napoli comincia a raccontare di una Regina notturna, crudele, dedita agli amanti.

Si dice che li convocasse nel palazzo di Posillipo e che, dopo l’incontro, li facesse precipitare in fosse profonde armate di lame.

 

La storia, si sa, è scritta dagli uomini.

E quando a salire sul trono è una donna, il racconto cambia tono. Giovanna I e Giovanna II non furono anomalie né eccezioni.

Governarono come avevano governato i Re prima di loro e come avrebbero fatto quelli dopo: con durezza quando serviva, con astuzia quando non c’erano alternative, cercando alleanze, eliminando nemici, tentando di restare in piedi in un mondo che non concedeva seconde possibilità.

Furono messe sul trono senza preparazione, senza protezioni, senza indulgenza, e fecero comunque tutto ciò che era possibile per regnare e per sopravvivere.

Furono pienamente donne del loro tempo.

Ma il loro ricordo è stato affidato a chi è venuto dopo, e chi è venuto dopo ha scelto di raccontarle non per quello che furono, ma per quello che serviva che fossero: figure deformate, ridotte a scandalo, utili più a confermare un ordine che a raccontare la storia.

 

La legittima difesa. Muri, grate, allarmi: difesa o paranoia? Il mercato della paura

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di Luca Orlando

 

Grate alle finestre, porte blindate, sensori di movimento, videocamere a infrarossi. C’è un’Italia che si chiude a chiave due volte, che guarda il citofono prima di rispondere, che ha imparato a dormire con l’allarme inserito anche di giorno. È l’Italia che ha fatto della difesa domestica una priorità, e che ha generato un mercato in costante crescita: quello della sicurezza privata. Ma quanto di tutto questo nasce da una reale esigenza? E quanto, invece, è alimentato da una paura coltivata, ingigantita, forse anche venduta?

Il dato è chiaro: ogni anno il settore della sicurezza domestica muove in Italia miliardi di euro. Installatori di impianti antifurto, produttori di blindature, venditori di sistemi smart home, servizi di vigilanza privata. Tutti rispondono a una domanda crescente: sentirsi protetti. Non si tratta solo di proteggere i beni. Si tratta di rassicurare sé stessi.

Ma a ben vedere, i dati sulla criminalità non sempre giustificano questo allarme diffuso. In molte aree del Paese, i reati predatori — furti in abitazione, rapine, scippi — sono in calo da anni. Eppure, la percezione dell’insicurezza cresce. Perché? Perché la paura, come ogni sentimento collettivo, si nutre di immagini, racconti, cronaca, esperienze personali. E si moltiplica ogni volta che si sente dire “è successo anche vicino a casa mia”.

Così, si crea un circolo vizioso: più ci si sente insicuri, più si cerca protezione. E più ci si protegge, più ci si abitua a considerare il mondo esterno come una minaccia. È un meccanismo mentale, quasi emotivo, che rischia di trasformare la legittima difesa da principio giuridico in uno stile di vita. Si comincia con un allarme e si finisce a vivere in una fortezza. Ma la sicurezza assoluta non esiste. Esiste, piuttosto, un senso soggettivo di vulnerabilità che nessun sistema può annullare.

Il problema non è la tecnologia in sé. È il modo in cui viene vissuta. Se la casa diventa un bunker, se ogni passante è un potenziale ladro, se ogni suono notturno scatena l’adrenalina, allora forse non ci stiamo difendendo. Stiamo cedendo alla paura, alla diffidenza, alla solitudine urbana. Stiamo erodendo la fiducia sociale, quella sottile rete di relazioni che tiene insieme un quartiere, una scala condominiale, una comunità.

Nel frattempo, il mercato cresce. E non sempre in modo etico. La comunicazione pubblicitaria della sicurezza domestica spesso gioca con l’ansia. Propone scenari da incubo, vende protezione come se fosse una medicina per una malattia di cui non si è nemmeno certi di soffrire. Il risultato? Una società che si blinda ma non si sente mai al sicuro.

Certo, difendersi è legittimo, ma forse la vera difesa comincia dal ricostruire fiducia, dal parlare con i vicini, dal chiedere più presenza delle istituzioni, non solo più tecnologia.

La vera sicurezza, in fondo, è un equilibrio. E il rischio, oggi, è di averlo perso.

La legittima difesa. La mediazione prima del colpo: l’importanza della prevenzione sociale

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di Luca Orlando

 

Quando si parla di legittima difesa, il dibattito pubblico si infiamma spesso in relazione al momento del gesto: colpire o non colpire, armarsi o attendere, agire o rischiare. Ma raramente si considera ciò che viene prima. Quelle ore, giorni, a volte mesi di piccoli segnali trascurati, di tensioni irrisolte, di degrado sociale e umano che, se affrontati per tempo, avrebbero potuto evitare il conflitto. In altre parole: la prevenzione sociale.

È facile invocare pene più severe, diritti più estesi, riforme più “dure”. Più difficile, ma molto più efficace, è costruire contesti in cui la violenza non diventi mai l’unica opzione. E questo non si fa nei tribunali. Si fa nei quartieri, nei centri sociali, nelle scuole, negli ambulatori, nei condomini e in tutte quelle realtà di prossimità dove il malessere, se ascoltato, può essere disinnescato prima che esploda.

Prendiamo un esempio concreto: molti casi di legittima difesa nascono da situazioni di microcriminalità diffusa, in contesti di emarginazione o disagio. Il furto, la rapina, l’invasione di domicilio sono spesso la parte finale di una catena che parte dalla povertà, dall’isolamento, dalla mancanza di opportunità. Se si interviene solo alla fine, si colpisce il sintomo. Ma il problema resta.

E allora perché non investire di più sulla mediazione sociale? Figure professionali capaci di intercettare i segnali deboli del conflitto: liti tra vicini, tensioni familiari, presenze sospette in quartiere, ragazzi in difficoltà. Mediatori che non siano solo operatori della sicurezza, ma ponti tra mondi che non si parlano più: cittadini e istituzioni, giovani e adulti, periferie e centri urbani.

Anche i comuni possono fare la loro parte. In alcuni casi, hanno già sperimentato con successo sportelli di ascolto, pattugliamenti congiunti tra forze dell’ordine e assistenti sociali, campagne di sensibilizzazione. Il risultato? Più fiducia, meno isolamento, meno reazioni estreme. E soprattutto: meno occasioni in cui qualcuno si trovi costretto a scegliere se colpire o subire.

La verità è che nessuno vorrebbe trovarsi nella condizione di doversi difendere con la forza. Chi lo fa, spesso, porta con sé il trauma per tutta la vita. Prevenire è un atto di civiltà, non di debolezza. È la scelta di una società che non aspetta l’esplosione per interrogarsi sulle cause, che non si limita a punire chi reagisce, ma cerca di capire perché si è arrivati a quel punto.

In sintesi, la prevenzione sociale non farà mai notizia come un caso di cronaca nera, ma è lì che si gioca la vera partita della sicurezza.

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