Storia trash di una pelliccetta scambiata

Scritto da Claudia Coppola Il . Inserito in Vac 'e Press

barbara durso

Quanti gradi di separazione ci sono fra una pelliccetta scambiata e un’ospitata da Barbara d’Urso a Pomeriggio Cinque? Lo si potrebbe chiedere alla signora Rosanna Magliulo, 38enne di Capodrise, che nelle ultime settimane si è ritrovata, complice un abito scolorito, una scenetta ricca di pathos in un negozio Silvian Heach ed un video diffuso su YouTube, ad ascendere, suo malgrado, all’olimpo della celebrità.

A chi ne fosse ancora all’oscuro, consiglio vivamente la visione di questa perla dell’Internet, che in pochi minuti riesce a concentrare urla e strepiti, fantasiose invettive, maglioni improbabili, commesse sgarbate, addetti alla sicurezza e repentini svenimenti.

Dopo il suo debutto virale, la signora Rosanna non ha avuto pace: star/zimbello del web e del quartiere, visualizzata, commentata e denigrata, intervistata da FanPage e consacrata alla ribalta dalla Barbara nazionale, la “trashcalation” della Magliulo è stata inarrestabile, ed è giunta a compimento con lo spot- sfottò creato ad hoc dalla casa Heach, dove si ironizza elegantemente sulle pelliccette in promozione in negozio.

In difesa della signora c’è da dire che, pur non essendosi questa espressa in maniera consona al luogo in cui si trovava (o, azzarderei, consona a qualsiasi luogo), in qualità di cliente cui è stato venduto un capo difettoso, avrebbe avuto come minimo diritto a delle scuse e ad un rimborso. Inqualificabile, poi, è stata la Silvian Heach: a partire dall’atteggiamento strafottente della commessa, che nel video quasi provoca la signora invece di cercare di venirle incontro, fino alla pubblicità- frecciatina riferita alla vicenda, acme del cattivo gusto e della poca professionalità per cui si è distinta l’azienda.

La domanda fondamentale che ci si pone in quest’articolo, tuttavia, è un’altra: è questa una storia trash, o è solo una storia un po’ triste? E cos’è davvero il “trash”?

Alla parola “trash”, siamo istintivamente portati ad associare personaggi come Andrea Diprè, il bambino di “saluta Andonio”, la signora del “centodigiottooo”, il ragazzo di “Martin Garrix, 130, si vola”; ma anche programmi tv come “l’Isola dei famosi” o “Dalla vostra parte” (indimenticabile, a tal proposito, la puntata dedicata a Bello Figo); riviste di gossip, cinepanettoni, e tutto ciò che può essere definito più o meno “ignorante”.

Ma è davvero questo, o solo questo, il trash? Si tratta di una mera strumentalizzazione dell’ignoranza, una cieca esaltazione di ciò che è volgare, scadente o banale, o si può considerare una categoria estetica, con un preciso valore culturale?

A tal proposito è interessante la riflessione di Tommaso Labranca, che nella prefazione di “Andy Warhol era un coatto. Vivere e capire il trash”, scrive che il torto nasce quando la sensibilità personale viene sostituita dall’imposizione del pregiudizio estetico. Chi accetta il pregiudizio delega a terzi la formazione del proprio gusto.

Il trash è oggi un fenomeno pervasivo, e darne una forzata generalizzazione, etichettandolo come “culturale” o “sottoculturale”, porterebbe ad un suo appiattimento. E’ forse questo uno dei casi in cui dire di non aver capito non è sbagliato: si tratta semplicemente di una temporanea sospensione di giudizi affrettati.

Storicamente, si può dire che anche il cinema, o la musica jazz, che nascono come “popular”, con l’intento democratico di ridurre al minimo il ruolo della mediazione intellettuale, sono in origine trash.

Per arrivare ad una vera e propria definizione di trash, dobbiamo passare attraverso gli anni Settanta, con la società di massa, la serializzazione dell’esistenza e l’alienazione moderna, ed il desiderio di sfuggirvi attraverso il nonsense, il kitsch e il camp, espressioni di forte dissenso culturale, politico, estetico.

Il trash, dunque, può essere degrado e ignoranza, o anche tutto quello che vogliamo, in base alla nostra sensibilità ed interpretazione. Se il senso della vita si possa estrinsecare in una pelliccetta scambiata, spetta a noi deciderlo.

D’altronde, citando Barthes: “Meglio ammaccarsi la testa sbattendola contro ciò che pare ottuso, piuttosto che svuotarla ripetendo l’ovvio all’infinito”.

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