Il Bilancio dell’Ue che verrà

Scritto da Rodolfo Buccico Il . Inserito in Il Palazzo

bandiera dell unione europea

Il 9 maggio l’Unione Europea ha compiuto 68 anni di vita, il giorno in cui nel 1950 il Piano Schuman delineò un progetto di cooperazione economica sul carbone e l’acciaio, la CECA (1951), che avrebbe reso quasi impensabile un conflitto militare nel cuore dell’Europa. Da lì la Comunità Economica Europea nel ‘57 con la firma dei Trattati di Roma fino alla nascita dell’Unione Europea nel ‘92 col Trattato di Maastricht.

Al suo esordio nel 1950 un qualcosa di estremamente rivoluzionario e nel tempo una spinta all’innovazione ed all’armonizzazione legislativa e procedurale fino all’istituzione nel 2002 della moneta unica, l’Euro. Da lì in poi, a partire dalla bocciatura franco-olandese della Costituzione Europea nel 2005 fino al referendum sulla Brexit nel Regno Unito si è assistito ad uno svilimento politico dei valori costituenti l’Unione.

La nascita di formazioni politiche e movimenti ad impronta antieuropeista ha preso di mira la moneta unica, Maastricht per certi aspetti, l’impianto di Schengen per quanto concerne la libera circolazione delle persone, l’ipotesi di una politica estera e di difesa comune, il ruolo stesso della Ue nello scenario internazionale sul piano delle alleanze geopolitiche e su quello degli accordi commerciali.

Negli ultimi anni il proliferare delle disuguaglianze interne e la facile strumentalizzazione del fenomeno migratorio ha alimentato il dissenso populista contro le istituzioni europee. L’Europa a 2 velocità è diventata più evidente e quasi vista come una exit strategy dalla crisi greca in poi.

Negli ultimi tempi Macron ha avviato tentativi di rilancio dell’idea di Europa, ma questo urta con il realismo fattuale delle scelte francesi dentro e fuori l’Unione e con la visione austera sul debito pubblico e sugli investimenti infrastrutturali della Germania.

L’Ue si accinge ad intraprendere l’iter per il nuovo Multiannual Financial Framework (2021-2027), il bilancio comunitario. Il prezzo della Brexit implica una revisione dei contributi degli stati membri in termini di aumento dei versamenti, ma anche di tagli alle spese ed ai fondi.

La Commissione ha proposto che l’1,13% del PIL nazionale, comprensivo dei fondi alla cooperazione venga impiegato, ha sostenuto sì il finanziamento dei beni pubblici europei, ma solo in parte rispetto a quanto ipotizzato da Macron ed a scapito dei fondi di coesione e della politica agricola; ha come intento la destinazione di una parte del fondo al sostegno delle misure strutturali a favore della convergenza dentro e fuori l’area dell’euro, la funzione di stabilizzazione degli investimenti in maniera anticiclica, il maggiore impiego delle risorse proprie rispetto ai contributi nazionali.

Il Parlamento vorrebbe portare il bilancio al 1,3% del PIL (oltre il 30% di aumento), potenziare la spesa per ricerca, innovazione, mobilità giovanile; fare maggiore affidamento sulle risorse proprie, approvare in Consiglio a maggioranza qualificata invece che all’unanimità, portare a far coincidere la durata del bilancio con quella della legislatura europea.

Si profila un’idea di bilancio che non consente di erogare beni pubblici europei in settori ed al livello che sarebbe necessario, costringendo così i singoli Stati a provvedere, ognuno nei propri limiti di possibilità, disponibilità e condizioni di mercato; non tiene conto altresì della disponibilità della Francia a mettere in comune sei aree di policy.

In Italia si teme per la riduzione dei fondi per la Politica di Coesione e per la Politica Agricola Comune (circa il 5%), tenendo presente che questo coprirebbe i finanziamenti per la gestione dei flussi migratori, di rilevante interesse per il nostro paese.

C’è indubbiamente bisogno di un’efficacia e rapidità di cambiamento nelle politiche comunitarie, considerato il sostegno sempre più debole alla Ue da parte dei propri cittadini, l’evoluzione preoccupante dello scenario geopolitico internazionale, le sfide della sostenibilità economica ed ambientale, i nuovi equilibri commerciali, industriali e tecnologici, le necessità di una moderna difesa e cooperazione alla pace, l’urgenza di supportare uno sviluppo equilibrato di vaste parti del pianeta.

Oggi il Parlamento Europeo ha facoltà di respingere o emendare il bilancio comunitario, ma difficilmente troverà una maggioranza disposta a farlo.

L’Italia potrebbe usare il suo diritto di veto in fase di negoziazione, condizionando l’approvazione alla realizzazione delle riforme per il completamento dell’Unione

Economica e Monetaria in una direzione meno austera, all’aumento dei fondi per fornire grandi infrastrutture, ricerca e sviluppo, politiche energetiche, difesa delle misure di welfare. Per fare questo dovrebbe avere un governo politico, con una maggioranza ampia e le idee chiare. Al momento ci manca.

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