I cineforum dell’Unione Industriali di Napoli: il fattore umano e lo spirito del lavoro

Scritto da Francesco Donato Perillo Il . Inserito in Vac 'e Press

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Ci vuole coraggio a mettere insieme un filosofo e un sindacalista per sollevare il velo sul fattore umano e lo spirito del lavoro e provare a contagiare una platea di giovani e di imprenditori nella città simbolo della desertificazione industriale e della crisi del lavoro. Con in testa il Presidente Vito Grassi, l’Unione industriali di Napoli lo ha fatto con Aldo Masullo e Marco Bentivogli, lanciando il primo di un ciclo di cineforum dedicati alla cultura d’impresa.

C’è un filo invisibile che lega l’amore per il proprio lavoro all’essere impresa, alla vera impresa, di quelle capaci di generare valore condiviso con le persone e i territori. Perché “impresa” è progetto e investimento sia nella dimensione organizzativa dell’azienda, sia in quella personale. Un filo che va dipanato, ordito e diffuso fino a diventare tessuto: Napoli e il Mezzogiorno, devastate dalla mentalità dell’improvvisazione, del mordi e fuggi, dall’incapacità di trasformare in ricchezza la bellezza dei luoghi e il talento della gente, hanno urgenza di cultura d’impresa.

Da una parte vi sono aziende, al di là delle eccellenze, ancora senz’anima, troppo prive di visione strategica, di propensione all’investimento e all’innovazione. Aziende che hanno trovato la propria nicchia e navigano nel piccolo, nella logica del breve periodo, della ricerca dell’incentivo e dello sgravio, e non decollano verso una dimensione in grado di produrre occupazione, stabilità, indotto.

Dall’altra c’è una massa di persone, giovani e meno giovani, millenials e baby boomers, che come zombie accomunati da uno stesso destino, vaga a vuoto per la città, di giorno nelle strade, di notte nelle movide, deprivata di futuro, immersa nel qui e ora.

Il “fattore umano” a Napoli si scontra con una speciale tipologia di risorse umane, votate al presente, a vivere con ciò che offre il momento, sfiduciate e disimpegnate verso ogni ricerca di opportunità. Non è più il popolo di Matilde Serao o di Anna Maria Ortese, disperato e condannato a combattere di espedienti. È un popolo obiettivamente deprivato dell’ascensore sociale, ma anche, in un certo senso, colpevolmente inetto a prendere le scale. Come se la oggettiva mancanza di opportunità di lavoro e di inserimento sociale fosse divenuta ormai l’alibi per rinunciare a determinare il proprio futuro, e mettersi a sedere, aspettando che lo Stato provveda a un giusto indennizzo, a erogare un reddito senza lavoro. Certo, c’è chi si arrangia mettendosi al nero a mezzo servizio nei pub e nelle friggitorie, chi invece trova nella piccola e grande industria della camorra una facile fonte arricchimento. Ma in fondo anche queste sono forme di rendita e non di lavoro.

Il filosofo è il visionario e il profeta che grida nel deserto, come nel dibattito al cineforum di Confindustria ha urlato Masullo: bisogna scuotersi. E per farlo è necessario aggredire il primo scalino, abbattendo la cultura degli alibi, che dalle nostre parti contamina al pari inoccupati e imprenditori: i primi portati ad associare al lavoro la fatica e non la dignità; i secondi a non scommettere nella straordinaria leva del fattore umano per crescere e costruire futuro.

Una maledetta trappola, un circolo vizioso che un documentario, un filosofo e un sindacalista hanno cominciato a svelare. Non basterà un cineforum per uscirne, ma è un primo passo nella giusta direzione.

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