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Terrorismo a Napoli: la politica di prevenzione della Camorra

Scritto da Mauro Malafronte Il . Inserito in Vac 'e Press

terrorismo napoli

Quanto terrorismo abbiamo in casa nostra? Non poco. Napoli ed i terroristi islamici, infatti, si conoscono da tempo: già nel 2004, l’allora Procuratore nazionale antimafia, Pier Luigi Vigna, non ebbe dubbi sul fatto che ci fossero “camorristi in rapporti economici con i terroristi islamici.”

A dieci anni da quelle dichiarazioni, con uno scenario internazionale,se possibile, ancor peggiore di allora, svariate inchieste della procura napoletana , coadiuvata da Ros e Digos, hanno comprovato che Napoli è divenuta la più importante centrale europea per la creazione e la distribuzione di documenti falsi. Come ha dichiarato Michele Del Prete, magistrato della Dda di Napoli, nel capoluogo campano è passato uno dei terroristi legati all’attentato di Madrid: “Fu fermato insieme ad alcuni camorristi dei clan di Secondigliano poco prima della tragedia. Era in possesso di una patente italiana falsificata, utilizzata per viaggiare tranquillamente tra Italia e Spagna.” Non solo, proprio a Napoli abbiamo avuto il primo collaboratore di giustizia (anche se sul piano tecnico non è qualificabile come tale) tra gli affiliati ad un gruppo terroristico legato ad Al Qaeda: “Il suo contributo è stato fondamentale, perché ci ha permesso di ricostruire, dall’interno, una serie di caratteristiche delle organizzazioni terroristiche aventi base in Italia. Ha spiegato, ad esempio, che in una delle moschee napoletane esisteva un consiglio ristretto, che di fatto discuteva i finanziamenti ai gruppi terroristici. I fondi venivano raccolti soprattutto attraverso i contributi dei fedeli e dei commercianti”, ha spiegato il magistrato della Dda. Le organizzazioni criminali nostrane sono sempre più presenti nel villaggio globale: è stato accertato che i clan locali, oltre che le ‘ndrine calabresi, finanziano diversi gruppi terroristici attraverso il commercio di droga. Business 2.0, come avveniva nei balcani anni fa con le armi.
I documenti? Falsi si, ma fino ad un certo punto. La fonte “Amir” del “Corriere della Sera”, ha raccontato ad Amalia De Simone il funzionamento nel dettaglio della macchina del “finto falso” made in Naples: “ Va detto che i documenti sono praticamente originali, perché provengono direttamente dai comuni e da altri enti dove corrompiamo dipendenti, vigili e poliziotti. Le carte di identità, per esempio, vengono compilate con nomi falsi, ma per il resto sono interamente originali.” Purtroppo, nemmeno le nuove carte di identità, studiate a fini anche antiterroristici, sembrano essere d’ostacolo alla falsificazione dei documenti: il criterio della “non falsificazione” è sempre lo stesso. Le carte sono comunali, mentre i chip sono creati dai falsari locali. Ad oggi, un terrorista che ha necessità di movimento, deve passare via Napoli, fare un sostanziosa incetta di documenti, e ripartire verso i lidi che contano. Piano tariffario? Una carta di identità, ad andarti male, costa 300 euro; un passaporto può arrivare anche a 3000 euro.
Siamo a rischio? No. O meglio, per ora no. Ma siamo utili, questo si. I succhi gastrici della nostra terra sono capaci di assorbire tutto ed il contrario di tutto. La poltiglia che lega Camorra e terrorismo non è un cocktail esplosivo, quanto piuttosto un do ut des degno della migliore tradizione italica. Se da un punto di vista culturale, Napoli ed i napoletani sono quanto di più tollerante esista nella penisola, su un piano economico le mafie 2.0 sono già oltre: anche i terroristi, per essere terroristi, trattano,pagano, vendono, si vendono, comprano e stringono accordi. Musulmani si, ma fessi no. È, in fondo, un’abile politica di prevenzione, quella posta in essere dai clan: sul medio lungo periodo si può tentare la strada del collaborazionismo bilaterale. Ti servono documenti, nascondigli, medici compiacenti, funzionari a disposizione? Non ti resta che pagare la “Camorra service.” Mafia? Un tempo, forse. Oggi è politica della prevenzione: siamo al sicuro, per fortuna. Napoli è terra di camorra, abituata a trattare. Con tutti, terroristi compresi.
L’Isis è già qui, dunque? Lo scorso 4 giugno, una piccola statua di Padre Pio viene decapitata. Lo notano i bagnanti presso il lido “La Rotonda”, a Castellammare di Stabia. La testa del Santo, come riportano i giornali locali, financo il Mattino, viene ritrovata ai piedi della statua. Blasfemia o incidente? Un maldestro o qualche terrorista internazionale annidato tra i ragazzi di colore ospitati in hotel a pochi chilometri dal fattaccio? Qualche giornalaio azzarda: “Che si indaghi sui clandestini presenti in zona”, scrivendo con la solita sicumera. “I Pulitzer de no antri”, ad oggi, scavano ancora alla ricerca della verità: i terroristi stiano sereni, con noi sono in una botte di ferro.