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Regionali 2020: Movimento 5 Stelle al 5,50%

Scritto da Gabriele Crispo Il . Inserito in Il Palazzo

Movimento 5 Stelle

Una disfatta storica: un futuro incerto per i pentastellati e le tante riforme “incompiute” da completare, nonostante nel governo gli equilibri siano nettamente mutati. Il Movimento 5 Stelle è nato per distruggere e alla fine si è autodistrutto, come un Kamikaze, al grido «Tutti a casa», dopo aver fomentato l’antiparlamentarismo, aver detto tutto e il contrario di tutto e aver tradito perfino i suoi stessi ideali, quel nucleo duro di valori che nel 2013 avevano fatto esplodere un Movimento, che ora è fermo, in una palude.

Le elezioni del 20 e 21 settembre 2020 hanno confermato quanto era nell’aria da tempo: il Movimento 5 Stelle è in crisi di consensi, una crisi nera, che nonostante il risultato del referendum costituzionale sulla riduzione del numero dei parlamentari – di oltre il 36,5% - non può negarsi.

Il Movimento 5 Stelle dopo dieci anni di attività politica ha ottenuto gli stessi risultati elettorali raggiunti alle regionali del 2010, quelli a una cifra e pochi decimali. È lontano quel 25,55% delle politiche del 2013, lontanissimo quel 32,66 delle politiche del 2018. È lontano perfino quel basso 17,07% delle europee del 2019. Il Movimento 5 Stelle, alle regionali del 2020, non supera il 5,05% - in Campania il dato più alto, il 9,92% - e checché ne dicano tutti, è un disastro, un disastro elettorale che Vito Crimi, leader ad interim del Movimento 5 Stelle, dopo le dimissioni di Luigi Di Maio, non può negare.

Il motivo della disfatta?

L’aver semplificato e criticato tutto, per poi fare quello che facevano gli altri, quelli da eliminare. L’essersi adeguato e il non essere più un’alternativa.

In origine, Grillo: «Dobbiamo evitare grandi opere inutili (…). Qui non stiamo parlando di sostituire una classe politica con un’altra, qui stiamo parlando di questioni generali, di problemi mondiali, di come riprogettare la vita, e per far questo ci vuole un pensiero. Non basta una politica. NOI NON CI ALLEIAMO COI PARTITI, noi ci alleiamo con tutti i movimenti e tutte le associazioni».

In origine, Casaleggio: «Il Movimento 5 Stelle ha contro l’intero Sistema, pochi sono dalla nostra parte». – a quanto pare, anche pochi elettori - «Come diceva Flaiano, forse gli altri arriveranno in seguito in soccorso dei vincitori, se il M5S avrà successo».

Luigi Di Maio, così come fece Matteo Renzi, ha personalizzato il risultato del referendum – lo ha fatto, furbamente, dopo le elezioni – e si è accreditato un risultato scontato, dato l’avversione verso la “casta politica” che regna tra gli italiani, senza prendere in considerazione il disastroso risultato dei candidati regionali e – dell’ormai – partito nelle regioni in cui si votava.

È evidente che il Movimento 5 Stelle dovrà reinventarsi o autodistruggersi e le spinte esterne, oltre che interne, verso questo risultato sono numerose.

E se Stefano Buffagni dice che «Se gli italiani ti danno questa risposta e noi facciamo finta che va tutto bene, beh allora non posso che stare in silenzio e guardare cosa succede», Alessandro Di Battista, l’anchorman mancato del Movimento 5 Stelle non le manda a dire e indirettamente risponde all’ex amico, Luigi Di Maio: «È la più grande sconfitta della storia del M5s. Sbagliato parlare di alleanze ora, il problema è la crisi d’identità del Movimento».

Il senatore Elio Lannutti è ancora più negativo e sostiene quanto tempo addietro dissero Casaleggio e Grillo: «una volta raggiunto il programma, il Movimento si può anche dissolvere. Ecco, ormai ci siamo quasi».
Ed è proprio la scissione ad essere al centro delle discussioni intestine interne al Movimento: il senatore Gianni Girotto è convinto che «È normale dunque che oggi se ne parli, dopo questo risultato». Carla Ruocco non la esclude e aggiunge in tono polemico che «La gente non è stata valorizzata è stato tutto un gioco di amichetti e caminetti», proprio quello che il Movimento voleva combattere. Casaleggio diceva: «Utilizzando il termine democrazia per mistificarne il concetto, nominano chi vogliono e impongono attraverso il listino facce già viste, persone che vogliono essere confermate come se non fosse successo nulla in questi anni, come se loro non fossero responsabili».

Il Movimento è diviso nelle sue correnti, forti e impetuose: ci sono i governisti, come il senatore Stefano Patuanelli; il deputato Federico D’Incà e il guardasigilli Alfonso Bonafede; ci sono i dimaiani, come la deputata Laura Castelli; ci sono i fichiani, come i deputati, Luigi Gallo e Giuseppe Brescia; ci sono i dibattistiani, come la senatrice Barbara Lezzi e l’europarlamentare Ignazio Corrao; ci sono anche gli anticasaleggiani, come il senatore Emanuele Dessì; e poi ci sono tutti gli altri, che nel profondo auspicano a riconfermare uno scranno o alla Camera o al Senato.

Intanto Vito Crimi ammette che il reddito di cittadinanza, per ora poco riuscito, «va completato. Manca ancora tutta la parte legata alle politiche attive del lavoro. Non lo abbiamo mai nascosto». Vanno adeguati i regolamenti parlamentari alla riforma costituzionale; e tant’altro. Ma lo scoglio enorme per il Movimento è continuare ad insistere sul NO al MES.

FONTI: Il Corriere della Sera