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Chiamiamola E.D.O: Eutanasia per Donazione Organi

Scritto da Mario Bianchi Il . Inserito in Linea di Confine

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Massimo ha 12 anni e vive grazie a un cuore artificiale. È ricoverato al Monaldi di Napoli. Lui e i suoi genitori, Dafne e Stefano, hanno lanciato un appello affinché si diffonda sempre più la cultura delle donazioni di organi.


Qualche giorno fa Massimo ha raccontato la storia dell'annunciata volontà di suicidio di un suo amico, che voleva farla finita perché era stato lasciato dalla fidanzata. Massimo ha lanciato allora la sua provocazione: “Se vuoi suicidarti, dona i tuoi organi”. Una provocazione che ha fatto cambiare radicalmente idea al piccolo aspirante suicida che, dopo aver incontrato Massimo in ospedale, ha compreso i veri valori della vita, capovolgendo la propria gerarchia delle cose importanti: vedendo la sofferenza e partendo da lì è apparsa davanti ai suoi giovani occhi la bellezza della vita.
La solita sdolcinata storiella, si dirà. Ma valla a raccontare ai sofferenti! Altro che bellezza, il suicidio la donazione degli organi ti mettono davanti la tragica realtà di una vita che è difficile definire tale. In quelle vite si materializza l’incubo giornaliero: costretti a vivere in un letto, impossibilitati a muoversi, spesso a parlare, a nutrirsi. Così lo sdolcinato racconto si tramuta nella descrizione amara e disperata della realtà, quella vera. Si perché, la realtà non può mai essere una sofferenza accettata, figuriamoci poi se può essere una sofferenza serena, subito diviene sdolcinata e falsa agli occhi dei più.
Ma di suicidi e di donazioni vogliamo parlare egualmente. Si perché quella di Massimo non è stata una provocazione ma è già una realtà.
Sherri Muzher ha la sclerosi multipla. La malattia è allo stadio terminale. Tuttavia, come osserva il sito Multiple Sclerosis Australia, generalmente è molto difficile prevedere il decorso di questa malattia: varia molto da individuo a individuo. Sebbene la maggior parte delle persone affette da sclerosi multipla può sperare nel 95% dei casi in una normale aspettativa di vita, Muzher ha dichiarato alla Fox News: “Dare la vita sarebbe una bella eredità da lasciare… dovremmo essere in grado di prendere la decisione noi stessi e, se quell’effetto collaterale significa poter aiutare gli altri, perché la gente dovrebbe farsene un problema?”.
L’ Huffington Post, che ha pubblicato la notizia, ha riportato anche un’osservazione dell’esperto di etica medica, il dottor Michael Stellini: “Se aspettiamo troppo a lungo non potrebbe donare gli organi. […] Se lo facciamo troppo presto [la paziente] non è terminale, e ciò dà origine a tutto un ventaglio di problemi etici. Se consentiamo il suicidio assistito da medici, dobbiamo aprire una “finestra” per determinare che cosa sia lo stato ‘terminale’ e la fine dell’usabilità degli organi; ecco quando potremmo fare quello che lei propone. Perché i chirurghi dovrebbero aspettare fino al momento in cui il paziente muore per la rimozione dei supporti vitali avanzati? Un’alternativa potrebbe essere di anestetizzare il paziente ed espiantare gli organi, cuore e polmoni completi. La morte cerebrale sopraggiungerebbe a seguito dell’espianto del cuore (chiamiamola EDO, Eutanasia per Donazione Organi). Ci sarebbe una maggiore possibilità che gli organi siano adatti al trapianto, visto che non hanno subito un periodo di ridotta circolazione prima del prelievo. Più organi sarebbero disponibili (per esempio cuore e polmoni, che attualmente sono raramente disponibili nel contesto della DCD – [Donation after cardiac death, Donazione dopo morte cardiaca]. Pazienti e famiglie sarebbero rassicurati dal fatto che gli organi del loro congiunto possono aiutare altre persone finché ci sono riceventi a disposizione e nessuna controindicazione al trapianto”.
Nel maggio del 2013, alla 21esima Conferenza per la Chirugia toracica generale, che si è svolta a Birmingham in Inghilterra, i medici hanno raccontato che tra gennaio 2007 e dicembre 2012 di 47 pazienti che avevano ricevuto la donazione di polmoni, 6 donatori erano persone morte dopo un'eutanasia: "3 soffrivano di patologie neuromuscolari insopportabili e 3 di disordine neuropsichiatrico, con una volontà esplicita di donare i propri organi". Sei su 47 rappresenta una percentuale del 12,7 per cento che, scrivono gli stessi medici nel loro report, potrebbe essere aumentata se solo si facesse, per così dire, una campagna di informazione a favore dell'EDO.

Ma non ci si è fermati a questo, i luminari dei trapianti della Regal Belgium Medical Academy da parte loro hanno presentato una ricerca sugli organi “di alta qualita'” da preservare nei pazienti che richiedono di morire. Sono state emanate anche nuove regole per coloro che si sottopongono ad eutanasia. La prima è: se decidete di morire, fatelo in ospedale e non a casa vostra. Definito anche il protocollo da seguire per la E.D.O.: netta separazione tra la procedura di eutanasia e il reperimento di organi; consenso di donatore e parenti; eutanasia eseguita da un neurologo o uno psichiatra e due medici della casa di cura; prelievo di organi dopo la diagnosi clinica di morte secondo i tre medici. Ma c’è chi dice, come abbiamo letto nelle dichiarazione del dottor Stellini che questo non sarebbe necessario, se il paziente ha deciso di morire si potrebbero espiantare gli organi prima della morte. Naturalmente, viene specificato, e ci mancherebbe, che la partecipazione del personale sanitario dovrà essere volontaria.
Prima di prendere posizione su queste proposte qualche domanda dobbiamo farcela? Quanto alto è il rischio che un malato terminale sia ritenuto un costo per i familiari e per il servizio sanitario nazionale? Un costo e non solo questo, visto che sui familiari spesso viene scaricato tutto il peso dell’assistenza. Poi c'è la pressione sulle persone stesse, non è forse vero che il senso comune oggi considera insopportabile una qualità della vita che non consenta una piena autonomia e vede le limitazioni e gli handicap sempre più come un peso insopportabile, una tortura, una condanna? Infine l’eutanasia non sarà più vista come una tragica necessità ma come un bene che libera il donatore dalle proprie sofferenze e dona ad altri la possibilità di una vita migliore.
Tutto si ridurrà a un calcolo di costi e benefici, in due sale operatorie contigue, da un lato il donatore che ha chiesto di morire, dall’altro il paziente che spera in una vita migliore, si perché in fondo come Walter Glennon, bioeticista dell’università di Calgary, scrive: «Ciò che importa non è se il donatore sia morto o meno, o quando la morte deve essere dichiarata, ma che il donatore o chi per lui acconsenta a donare gli organi, che il donatore si trovi in una condizione irreversibile senza speranza di un significativo miglioramento, che il modo in cui gli si prende gli organi non gli causi dolore e sofferenza e che le intenzioni del donatore vengano portate a compimento con un trapianto di successo».
Sarà! ma lasciatemi la libertà di essere sdolcinato, e preferire la storia di Massimiliano che provoca l’amico, non per vederlo morire ma per fargli scegliere la vita. Perché la vita merita di essere vissuta, coltivata, curata, assistita.